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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

DETOX DIGITALE DI UNA SETTIMANA

Siamo costantemente connessi con il mondo intero, eppure ci sentiamo sempre più fragili, ansiosi e mentalmente affaticati.
È il grande inganno dell’era digitale: la promessa di una socialità illimitata che si traduce, troppo spesso, in una gabbia di notifiche e scorrimento compulsivo.
Ma c’è una buona notizia, emersa con forza da recenti studi scientifici e discussa approfonditamente da Enrica Perucchietti: per invertire la rotta e ottenere benefici tangibili sulla nostra salute mentale non servono terapie d’urto o isolamenti monastici di mesi.

Basta una sola settimana. Sette giorni di “disintossicazione social” sono sufficienti per abbattere drasticamente i sintomi di ansia, depressione e insonnia.
Lo studio: i numeri della guarigione digitale
La conferma arriva da una ricerca rigorosa pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica JAMA Network Open, condotta tra gli altri dalla ricercatrice italiana Maddalena Cipriani.
Lo studio ha coinvolto un campione significativo di giovani adulti, inizialmente oltre 400 partecipanti, poi stabilizzatisi a 373 individui che hanno accettato la sfida: una settimana di astinenza (o riduzione drastica) dalle principali piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, X (ex Twitter) e Snapchat.

I risultati sono stati sorprendenti per la loro immediatezza ed efficacia. I dati parlano chiaro: chi ha staccato la spina ha registrato una riduzione del 16,1% dei sintomi ansiosi e un calo di quasi il 25% di quelli depressivi.
Non solo: anche la qualità del sonno è migliorata sensibilmente, con una riduzione dei disturbi legati all’insonnia del 14,5%.
Parallelamente a questo “alleggerimento” del carico emotivo negativo, i ricercatori hanno osservato un aumento del benessere cognitivo e soggettivo.

I partecipanti hanno riferito una maggiore lucidità mentale e una ritrovata capacità di concentrazione, doti che l’uso frammentato e frenetico dei social media tende a erodere giorno dopo giorno.
Il meccanismo della dipendenza: la trappola della dopamina
Ma perché i social media hanno un impatto così devastante sulla nostra psiche?

La risposta risiede nella biochimica del nostro cervello. Come sottolineato durante l’analisi dello studio, queste piattaforme sono progettate per innescare una “iperstimolazione dopaminergica”.
Ogni notifica, ogni “like”, ogni nuovo contenuto che appare mentre scorriamo il feed agisce come una piccola ricompensa immediata, creando un circolo vizioso di dipendenza.
Si sviluppa così uno scrolling compulsivo: prendiamo il cellulare in mano senza un vero motivo, controlliamo le app anche in assenza di notifiche, cerchiamo inconsciamente quella piccola scarica di dopamina.

È una dinamica che frammenta l’attenzione e mantiene il cervello in uno stato di allerta costante, impedendo il rilassamento profondo necessario per il benessere mentale e per un sonno ristoratore. Interrompere questo flusso per una settimana permette al sistema dopaminergico di “resettarsi”, riducendo l’agitazione di fondo che caratterizza le nostre giornate iperconnesse.
L’astinenza e il paradosso della solitudine
Tuttavia, il percorso non è privo di ostacoli. Le prime ore di disintossicazione possono essere traumatiche.

Si scatenano frustrazione e quella che viene definita FOMO (Fear Of Missing Out), la paura di essere tagliati fuori, di perdersi qualcosa di importante mentre gli altri continuano a vivere e condividere.
Si tratta di una vera e propria crisi di astinenza, sintomo inequivocabile di come il web sia diventato il nostro “pane quotidiano”, una sostanza di cui sentiamo di non poter fare a meno.
C’è però un dato emerso dallo studio che merita una riflessione profonda e che, in apparenza, potrebbe sembrare in controtendenza: la percezione della solitudine non è migliorata durante la settimana di detox.
Anzi, per molti è rimasta invariata.

Questo fenomeno svela una trasformazione antropologica delle nuove generazioni (il target dello studio era composto da giovani tra i 18 e i 24 anni).
Per i ragazzi di oggi, la socialità è indissolubilmente legata alle piattaforme digitali. Togliere i social non significa automaticamente spingerli a uscire di casa o a incontrare amici nel mondo reale.
Lo studio ha rilevato che, pur non usando i social, molti partecipanti non hanno modificato le loro abitudini quotidiane, trascorrendo addirittura più tempo in casa (circa 43 minuti in più di media), utilizzando lo smartphone per chiamate o il computer per altre attività.

Questo dimostra che il “cordone ombelicale” digitale è diventato l’ancora principale della loro vita sociale. Se viene reciso, crolla la percezione di essere in contatto con gli altri, perché le nuove generazioni faticano a concepire una socializzazione che non passi attraverso uno schermo.

Il quadro si fa ancora più preoccupante se allarghiamo lo sguardo agli adolescenti e ai bambini. La pandemia ha agito come un acceleratore formidabile di queste dinamiche.
Costretti a casa, con la scuola e le relazioni mediate esclusivamente da un monitor, i ragazzi hanno subito un aumento esponenziale di disturbi psichici. Fenomeni che un tempo guardavamo con distacco, come gli Hikikomori giapponesi (giovani che si isolano totalmente nella loro stanza), sono ormai una realtà anche nelle nostre città.

La responsabilità, però, non può ricadere solo sui più giovani. Gli adulti hanno abdicato al loro ruolo educativo. Spesso sono proprio i genitori i primi a essere dipendenti dallo smartphone, offrendo un modello comportamentale errato. Peggio ancora, la tecnologia viene usata come “baby-sitter digitale”: tablet e cellulari vengono messi in mano a bambini piccolissimi per tenerli buoni, innescando una dipendenza precoce che avrà ripercussioni sullo sviluppo cognitivo ed emotivo.

Di fronte a dati così allarmanti – che includono anche l’aumento di fenomeni odiosi come il cyberbullismo e l’hate speech, talvolta con esiti tragici – le istituzioni iniziano a muoversi.
L’esempio dell’Australia, che sta valutando il divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni, è emblematico di una presa di coscienza globale: non siamo stati in grado di gestire l’uso di queste tecnologie e ora ne stiamo pagando il prezzo.

Cosa ci insegna, dunque, questo studio? Che il buon senso, spesso dimenticato, ha basi scientifiche solide.
Non si tratta di demonizzare la tecnologia tout court, ma di riconoscerne la potenza e i rischi.
Una pausa di sette giorni può essere il primo passo per riprendere il controllo, per “pulire” la mente e riscoprire una lucidità perduta. Tuttavia, il vero lavoro è culturale ed educativo: bisogna insegnare nuovamente ai bambini e ai ragazzi (e ricordare a noi stessi) che la vita vera, quella fatta di sguardi, incontri e scambi non mediati da un algoritmo, si trova al di là dello schermo luminoso che teniamo in tasca.

La disintossicazione digitale non è solo una cura per l’ansia o l’insonnia; è un atto di riappropriazione del proprio tempo e della propria identità. E se basta una settimana per stare meglio, forse vale la pena chiedersi quanto potremmo guadagnare in felicità e serenità imparando a spegnere il telefono un po’ più spesso, ogni giorno della nostra vita.

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