;

Clicca per guardare il video

La rubrica Libero Pensiero – a cura di Beatrice Silenzi giornalista e direttore responsabile – ospita lo scrittore e studioso di Leonardo Da Vinci, Riccardo Magnani.

IL POTERE CHE CONTROLLA LA NARRAZIONE CONTROLLA LE COSCIENZE

Nel tempo della comunicazione permanente, della velocità digitale e dell’informazione continua, la battaglia più importante non sembra più essere quella economica o militare.
È una battaglia culturale.
Una guerra silenziosa combattuta attraverso la narrazione dei fatti, la selezione delle fonti e il controllo dell’immaginario collettivo.
È questo il cuore della riflessione affrontata da Beatrice Silenzi insieme a Riccardo Magnani in una lunga conversazione che mette al centro un tema tanto antico quanto attuale: chi decide ciò che è vero?

La discussione prende avvio dalle polemiche sollevate dalla storica Michela Ponzani contro le nuove indicazioni governative sull’insegnamento della storia.
Secondo Ponzani, il rischio sarebbe quello di trasformare la storia in uno strumento utile a “plasmare la coscienza degli italiani”.
Un’affermazione che, però, viene immediatamente ribaltata da Magnani: la manipolazione della narrazione storica, sostiene, non sarebbe certo una novità introdotta oggi dalla politica contemporanea, ma un meccanismo antico quanto il potere stesso.

Da qui nasce una riflessione molto più ampia sul ruolo degli storici, dei divulgatori e dei grandi nomi della cultura contemporanea.
Figure mediatiche autorevoli come Alessandro Barbero, Aldo Cazzullo o Vittorio Sgarbi vengono citate come esempi di una cultura ufficiale che, secondo Magnani, tende spesso a consolidare versioni convenzionali della storia invece di metterle realmente in discussione.
Non si tratta semplicemente di errori interpretativi, ma di un vero e proprio sistema narrativo che, nel corso del tempo, avrebbe costruito certezze considerate inattaccabili.

L’esempio portato è emblematico: la rappresentazione di Leonardo da Vinci e della Mona Lisa, raccontata secondo una versione ritenuta ormai “ufficiale”, ma che Magnani considera incompleta o distorta. Lo stesso discorso viene esteso alla scoperta dell’America e alla figura di Christopher Columbus, simbolo di una verità storica insegnata per generazioni e oggi messa in discussione da riletture alternative.

Ma il punto centrale della conversazione non è tanto stabilire quale versione sia corretta.
Il nodo vero riguarda il rapporto tra autorità e conoscenza.
Perché milioni di persone continuano a difendere certe narrazioni anche quando emergono elementi che potrebbero contraddirle? Secondo Magnani esiste una forma di “investitura sociale” che protegge alcuni personaggi pubblici e rende estremamente difficile contestarne le affermazioni. In altre parole, il principio di autorità prevale spesso sulla ricerca della verità.

È qui che il discorso assume contorni quasi filosofici.
L’essere umano, sostiene Magnani, preferisce spesso una menzogna rassicurante a una verità destabilizzante.
Accettare che certe convinzioni possano essere false significherebbe mettere in discussione anni di studi, percorsi professionali, identità culturali e persino ruoli sociali.
Per questo la conoscenza autentica diventa scomoda: costringe a guardare la realtà senza filtri.

La riflessione si allarga poi al presente e all’epoca dell’intelligenza artificiale. Se un tempo il controllo dell’informazione passava attraverso scuole, televisioni e grandi editori, oggi il problema si sposta sugli algoritmi.
Chi addestra l’intelligenza artificiale?
Su quali dati si basa?
E soprattutto: può davvero essere neutrale?
Magnani sostiene che i sistemi di AI rischino di diventare enormi amplificatori di conoscenze già distorte in partenza, perché alimentati da contenuti prodotti da una società che spesso ripete informazioni senza verificarle.

In questo senso, il parallelismo storico è inquietante. Magnani ricorda l’Index Librorum Prohibitorum istituito dalla Chiesa nel XVI secolo: un elenco di libri vietati perché considerati pericolosi per il controllo delle coscienze.
Oggi, sostiene, il meccanismo non sarebbe molto diverso, anche se più sofisticato e invisibile. Non si vietano apertamente i libri, ma si orientano le informazioni, si selezionano gli algoritmi, si costruiscono gerarchie di attendibilità.

La parte finale dell’intervista affronta invece il ruolo della televisione commerciale e della comunicazione aggressiva nella trasformazione culturale italiana.
Viene citata la televisione degli anni Ottanta, il modello costruito dal gruppo Mediaset e figure televisive come Gianfranco Funari, accusate di aver contribuito a diffondere un linguaggio urlato, polarizzato e sempre più orientato allo spettacolo anziché alla riflessione.

Eppure, nonostante il tono critico, la conversazione si chiude con un invito preciso: recuperare il dubbio.
Informarsi, verificare, leggere, mettere in discussione. Non per aderire automaticamente a narrazioni alternative, ma per evitare di diventare semplici consumatori passivi di verità preconfezionate.

Perché la storia, in fondo, non è mai soltanto il racconto del passato.
È il modo in cui una società decide di interpretare sé stessa. E chi controlla quella interpretazione finisce inevitabilmente per controllare anche il futuro.

Il video pubblicato è di proprietà di (o concesso da terzi in uso a) FABBRICA DELLA COMUNICAZIONE.
E’ vietato scaricare, modificare e ridistribuire il video se non PREVIA autorizzazione scritta e richiesta a info@fcom.it.