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Su Fabbrica della Comunicazione, la rubrica Politicamente è a cura dello scrittore e storico Paolo Borgognone che commenta con Beatrice Silenzi fatti di attualità, politica e geopolitica.

DALLA RUSSIA ALL’ISLAM. LA PROPAGANDA MEDIATICA DEL NEMICO

Dalla Russia all’Islam, passando per i casi di cronaca nera trasformati in spettacolo permanente.
Nel grande teatro mediatico contemporaneo il “nemico” cambia volto rapidamente, ma la funzione resta sempre la stessa: orientare l’opinione pubblica, alimentare paure collettive e mantenere alta la tensione emotiva.
È questo il nucleo della riflessione affrontata da Paolo Borgognone nel corso di una lunga conversazione dedicata agli equilibri geopolitici e al ruolo della comunicazione occidentale.

Secondo l’analista, la Russia contemporanea sarebbe stata progressivamente costruita come antagonista dell’Occidente non tanto per una reale minaccia, quanto per la necessità sistemica di individuare un avversario permanente.
“L’Occidente – sostiene – ha bisogno di un nemico per sopravvivere narrativamente”. Una tesi che si inserisce in una lettura più ampia del rapporto tra geopolitica e informazione.

Nel discorso di Borgognone emerge infatti una critica severa verso il sistema mediatico occidentale, accusato di modificare continuamente il focus dell’attenzione pubblica a seconda delle esigenze politiche e culturali del momento.
Fino a poco tempo fa il centro della narrazione era la Russia.
Oggi, invece, il baricentro si sarebbe spostato sul Medio Oriente, sull’Islam e sui grandi casi di cronaca nera.

Ed è proprio su questo punto che il ragionamento si fa più duro.
La continua esposizione mediatica di fatti delittuosi, casi giudiziari e conflitti religiosi avrebbe l’effetto di abbassare progressivamente il livello dello spirito critico collettivo.
Talk show, trasmissioni quotidiane e dibattiti infiniti finirebbero per generare una sorta di saturazione emotiva che rende il pubblico più malleabile, più suggestionabile e meno incline all’analisi razionale.

L’esempio citato è quello del caso Garlasco, tornato improvvisamente al centro del dibattito televisivo dopo anni di relativa quiete.
Un ritorno che, secondo Borgognone, risponderebbe più alle logiche dell’infotainment e del mercato televisivo che a un reale interesse informativo.
“Il delitto – osserva – diventa un prodotto. Se il caso si chiudesse definitivamente, verrebbe meno una parte importante del business mediatico”.

Accanto alla cronaca nera si colloca poi la nuova centralità del tema islamico. Anche qui, secondo l’analista, si starebbe costruendo una narrazione fortemente orientata.
La figura del musulmano verrebbe spesso presentata in modo stereotipato e associata sistematicamente a temi come terrorismo, violenza e insicurezza sociale.
Un processo che contribuirebbe a creare consenso attorno alle guerre occidentali in Medio Oriente e a rafforzare determinate agende geopolitiche.

Borgognone sottolinea come la paura dell’Islam venga spesso collegata alla crisi identitaria europea.
Ma proprio su questo punto arriva una provocazione radicale: “Quale identità?”, domanda.
Secondo lui l’Occidente contemporaneo avrebbe ormai smarrito gran parte delle proprie radici culturali e spirituali, sostituendole con un’identità esclusivamente commerciale e consumistica.

Il vero collante delle società occidentali non sarebbe più la tradizione, la religione o la cultura, bensì il mercato.
Una società dominata dalla visibilità mediatica, dal consumo e dalla logica economica. In questo scenario, il conflitto tra religioni diventerebbe soltanto una guerra tra poveri utile a distogliere l’attenzione dai reali rapporti di potere.

Non manca infine una riflessione sul rapporto tra memoria storica e identità nazionale italiana.
Borgognone mette in discussione persino le principali ricorrenze civili del Paese, dal 25 aprile al 2 giugno, considerate parte di una narrazione costruita nel dopoguerra per consolidare l’assetto politico e culturale dell’Italia occidentale.
Una posizione destinata inevitabilmente a dividere, ma che si inserisce coerentemente nella sua critica generale ai meccanismi della propaganda.

Al di là delle opinioni espresse, la conversazione offre uno spaccato significativo del clima culturale contemporaneo: un’epoca in cui la comunicazione non si limita più a raccontare la realtà, ma contribuisce a costruirla, plasmarla e orientarla.
In un contesto dominato da flussi continui di informazione, emergenze permanenti e polarizzazione emotiva, il rischio maggiore sembra essere proprio la perdita della capacità critica.

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