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La rubrica Spiritualità e Mistero – a cura di Beatrice Silenzi giornalista e direttore responsabile – ospita il sacerdote ed esorcista Don Luciano Condina.

MEDIANITÀ E OCCULTISMO. CHIAROVEGGENZA E CARISMI

Nel panorama della spiritualità contemporanea, il confine tra ciò che è sacro e ciò che è occulto appare spesso sfumato. Il fascino per l’”oltre”, la ricerca di contatti con i defunti e il desiderio di possedere facoltà straordinarie spingono molti a esplorare sentieri ambigui. Tuttavia, come emerso in una recente e illuminante conversazione con il sacerdote don Luciano Condina, la Chiesa cattolica invita a una distinzione netta e necessaria tra la medianità e i carismi.

Uno dei primi punti toccati da don Luciano riguarda l’origine di queste “sensibilità particolari”. Non tutto ciò che è straordinario viene necessariamente da Dio. Esistono facoltà che possono essere innate, altre che sono doni dello Spirito, ma ne esistono anche di ottenute attraverso l’interazione con entità negative.

Don Luciano cita l’esempio emblematico di una donna che, a seguito di riti malefici subiti nell’infanzia, possiede la capacità di percepire in anticipo il male che colpirà gli altri.
Lungi dall’essere un “dono” invidiabile, questa facoltà si rivela un fardello angosciante: una consapevolezza impotente che non permette di intervenire, ma solo di soffrire in anticipo.
Non è un caso che, al termine di percorsi esorcistici, molti soggetti siano sollevati nel perdere queste capacità paranormali.

Un vero carisma, infatti, non schiavizza né angoscia, ma è sempre finalizzato alla crescita nell’amore e all’utilità comune.
Carismi: la diversità nell’unità
Per definire correttamente i doni divini, la Chiesa ricorre alle parole di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (Cap. 12). Qui non si parla di “poteri”, ma di carismi: manifestazioni dello Spirito date per il bene della comunità. C’è chi riceve il linguaggio della sapienza, chi il dono delle guarigioni, chi la profezia o il discernimento degli spiriti.

La differenza fondamentale con la medianità risiede nel “focus”: il carisma non serve a esaltare l’individuo o a soddisfare la curiosità sul futuro, ma a costruire la “comunione”. Come un medico è tale per curare gli altri, così il carismatico mette il proprio dono a servizio dei fratelli.
Il rischio dell’occultismo e la “trappola” della dipendenza

La pratica della medianità oggi viene spesso sdoganata con leggerezza, quasi fosse un gioco New Age o un passatempo da sabato sera. Eppure, l’apertura di “portali” verso l’ignoto nasconde insidie profonde. Don Luciano mette in guardia dalla cosiddetta “canalizzazione”: il tentativo di farsi ponte con entità extracorporee.
Il pericolo è duplice. Da un lato, c’è l’incertezza assoluta sull’identità di chi risponde “dall’altra parte”; dall’altro, si rischia di sviluppare una dipendenza spirituale che annulla il libero arbitrio.

Chi si affida costantemente a un presunto “spirito guida” smette di camminare con le proprie gambe e di sviluppare una maturità spirituale adulta basata sulla preghiera e sulla fiducia nel Padre. L’occultismo, spiega il sacerdote, è un “vicolo cieco”: mentre la vera spiritualità è luce e trasparenza, l’occulto è, per definizione, buio e ristretto.
Il desiderio del contatto con i defunti
Uno dei motivi che spinge le persone verso i medium è il dolore per la perdita di una persona cara.

Il desiderio di una madre di sapere se il figlio sta bene è umano e comprensibile. Tuttavia, la teologia cattolica distingue chiaramente tra le creature angeliche (o demoniache) e le anime dei defunti (che possono trovarsi in Paradiso, Purgatorio o all’Inferno).
Esistono figure mistiche riconosciute, come Natuzza Evolo o Maria Simma, che hanno avuto contatti con l’aldilà. Ma la differenza con i medium è radicale: queste figure non cercavano il contatto, non lo provocavano per curiosità o lucro.

Erano “canali” passivi di una volontà superiore, e il frutto del loro operato era sempre la conversione e la pace, mai l’agitazione o la dipendenza.
Il senso del dolore e il “tappeto persiano”
Di fronte alla morte prematura o alla sofferenza ingiusta, la tentazione di cercare risposte nell’occulto è forte. Don Luciano offre qui una metafora di grande impatto: la vita umana è come un tappeto persiano. Guardandolo dal di sotto, vediamo solo un groviglio di nodi e fili disordinati, un disegno incomprensibile che rappresenta le nostre prove e i nostri dolori.

Ma dal lato corretto – la prospettiva di Dio – quel groviglio rivela un capolavoro.
Figure come Chiara Corbella Petrillo insegnano che anche nella sofferenza più atroce può risplendere una luce immensa. La fede non è avere la risposta a ogni “perché”, ma avere la certezza che, poiché Dio è Padre, esiste un disegno d’amore che supera i confini del tempo.

Come distinguere, dunque, una manifestazione autentica da una suggestione o da un’influenza negativa? Il criterio è quello evangelico: i frutti. San Paolo, nella Lettera ai Galati, elenca i frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine e dominio di sé.

Se una pratica o una facoltà porta a vivere queste virtù, allora viene da Dio. Se invece genera ansia, ossessione, perdita di libertà o allontanamento dalla realtà, è necessario fermarsi. L’umiltà resta il “profumo dell’autenticità”: chi possiede veri carismi non si sente un eletto o un superuomo, ma un umile strumento nelle mani di Dio.
In un mondo che cerca risposte facili nei “vicoli ciechi” dell’occultismo, il messaggio di don Luciano è un invito a tornare alla luce della spiritualità autentica, dove non c’è bisogno di rubare il fuoco agli dei, perché Dio è un Padre che desidera donare tutto se stesso ai suoi figli.

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