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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
MUSK CONTRO ALTMAN. LA GUERRA DELL’A.I. È INIZIATA
Lo scontro tra Sam Altman e Elon Musk, non è soltanto di una disputa legale, né una rivalità personale tra due tra i protagonisti più influenti della Silicon Valley.
Ciò che sta emergendo, con sempre maggiore chiarezza, è un conflitto di visioni sul futuro dell’intelligenza artificiale, sulla sua governance e, soprattutto, sul suo rapporto con il potere.
Per comprendere davvero la portata di questo scontro, è necessario tornare indietro al 2015, quando nacque OpenAI.
Il progetto si presentava come un laboratorio aperto, animato da un intento quasi utopico: sviluppare un’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità, sottraendola alle logiche di profitto e di dominio tipiche delle grandi corporation tecnologiche.
Musk fu tra i primi a credere in questa visione, investendo decine di milioni di dollari e assumendo un ruolo centrale nella governance iniziale.
Eppure, già nei primi anni, emersero frizioni profonde. Musk, noto per il suo approccio radicale e spesso conflittuale, entrò in rotta di collisione con Altman e con la direzione strategica dell’organizzazione.
Tra il 2017 e il 2018, la rottura divenne definitiva: Musk lasciò il consiglio di amministrazione, segnando di fatto la fine della sua partecipazione diretta al progetto.
Da quel momento, OpenAI intraprese una trasformazione sostanziale. L’ingresso massiccio di Microsoft, con investimenti miliardari, segnò il passaggio da una struttura puramente non profit a un modello ibrido, in cui la sostenibilità economica e la competizione di mercato divennero fattori determinanti.
Una mutazione che, secondo Musk, rappresenta un tradimento dello spirito originario.
È su questo presupposto che nasce la causa legale oggi al centro dell’attenzione globale.
Musk accusa Altman e OpenAI di aver violato un accordo implicito – se non formalizzato – secondo cui la società avrebbe dovuto rimanere fedele alla propria missione non lucrativa.
Dal canto suo, la difesa di Altman contesta l’esistenza stessa di un vincolo giuridico vincolante, ridimensionando la questione a una divergenza di interpretazioni piuttosto che a una frode.
Al di là degli esiti giudiziari, il processo assume un valore strategico e mediatico. Musk, anche qualora non ottenesse una vittoria piena in tribunale, ha già raggiunto un obiettivo rilevante: portare alla luce documenti interni, dinamiche decisionali e contraddizioni che rischiano di incrinare la reputazione di OpenAI sul piano etico.
In un contesto in cui la fiducia pubblica è un asset cruciale, questo elemento pesa quanto – se non più – di una sentenza.
Ma sarebbe riduttivo leggere questa vicenda come un semplice regolamento di conti. In realtà, ciò che emerge è una tensione strutturale tra due modelli di sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Da un lato, quello incarnato da Altman, orientato alla crescita, alla scalabilità e all’integrazione con il mercato globale.
Dall’altro, quello di Musk, che pur investendo massicciamente nel settore – basti pensare alla sua nuova iniziativa xAI – continua a presentarsi come un critico del potenziale distruttivo dell’AI.
Questa ambivalenza non è nuova. Musk ha più volte evocato scenari apocalittici, paragonando l’intelligenza artificiale a una minaccia esistenziale per l’umanità, una sorta di “Terminator” contemporaneo. Eppure, allo stesso tempo, ne alimenta lo sviluppo con investimenti e progetti sempre più ambiziosi.
Un doppio registro che solleva interrogativi sulla reale natura del dibattito: siamo di fronte a una preoccupazione autentica o a una strategia narrativa funzionale al posizionamento competitivo?
In parallelo, cresce il peso di altri attori come Anthropic e Google con il suo modello Gemini, che cercano di differenziarsi puntando su un approccio più esplicitamente orientato alla sicurezza e all’etica. Tuttavia, anche in questi casi, il confine tra principio e marketing resta sottile.
Il nodo centrale, in definitiva, riguarda il concetto stesso di progresso. L’idea, spesso ripetuta, secondo cui “il progresso non si può fermare” appare sempre più come un dispositivo retorico che neutralizza il dibattito.
Ma progresso verso cosa?
E a quale costo?
L’automazione crescente, la sostituzione di intere categorie professionali, la concentrazione di potere nelle mani di pochi attori privati: sono questi gli effetti collaterali di una corsa che sembra sfuggire a qualsiasi forma di regolazione condivisa.
In questo scenario, la disputa tra Musk e Altman diventa il sintomo di qualcosa di più profondo. Non è solo una battaglia tra due uomini, ma il riflesso di una frattura interna al sistema tecnologico globale. Una frattura tra chi vede nell’intelligenza artificiale uno strumento di emancipazione e chi, invece, intravede il rischio di una nuova forma di controllo, più sottile e pervasiva.
Il processo in corso non chiuderà questo dibattito. Al contrario, lo amplificherà. E forse, per la prima volta, lo porterà davvero al centro dell’attenzione pubblica. Perché la vera domanda, oggi, non è chi vincerà tra Musk e Altman. Ma chi, alla fine, controllerà il futuro dell’intelligenza artificiale – e con esso, una parte sempre più ampia della nostra realtà.
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