di GIORGIO PANDINI

Ne è passato di tempo da quel 21 luglio 2022 quando, con un colpo di mano squisitamente politico, alcuni partiti dell’eterogenea coalizione di governo decisero che l’esperienza di Mario Draghi a Palazzo Chigi fosse giunta al termine.

Salutato in precedenza come salvatore della Patria – all’indomani della caduta del Conte bis – l’ex presidente della BCE veniva indicato dai più come l’unico che, per prestigio, competenza ed appoggi economici e politici, avrebbe potuto traghettare l’Italia fino al termine della legislatura.

Mario Draghi avrebbe trovato la quadra per la creazione di una maggioranza di governo, formata da partiti riottosi, quanto inconciliabili tra loro.

Il governo Draghi rimase in carica fino al 22 ottobre dello stesso anno per il disbrigo delle pratiche ordinarie e poi dell’ormai ex Presidente del Consiglio non avremmo più sentito parlare fino a settembre 2023.

A fine estate la commissione europea gli affida l’incarico di redigere un report con indicazioni strategiche per lo sviluppo industriale europeo e della sua competitività a livello globale.

Ed arriviamo ad oggi.
Al summit UE a La Hulpe, ridente cittadina del Belgio, Draghi ha avuto modo di esporre la sua visione spiegando il contenuto del documento da lui redatto.
Durante la presentazione, l’ex premier ha fatto appello genericamente alla necessità di coesione e di un’azione corale da parte di tutti gli Stati membri nel perseguire una politica comunitaria.

In realtà quello che Draghi ha in mente è un cambio radicale delle politiche europee che, a suo dire, corrispondono a quei criteri prepandemici che non tengono conto dell’attuale situazione di incertezza geopolitica, causata dai conflitti in corso in Ucraina ed in Medio Oriente.

E, questo stato di cose, rende, di conseguenza, necessaria anche la formazione dell’ormai famigerato esercito la cui effettiva possibilità di attuazione presenta alcune incognite pratiche.

Le reazioni tra i partecipanti al summit in merito all’esposizione di Draghi sono state positive: la von del Layen ha ingoiato il rospo, sostenendo che Draghi ha indicato la strada per il futuro (quasi fosse un novello Mosè!) e, dello stesso tenore, sono stete le reazioni dei politici italiani.

La vera sorpresa, però, è stato l’imprimatur del premier ungherese Viktor Orban: “Mi piace Draghi. Non so se sarà presidente ma è bravo”, mentre altri politici hanno candidamente ammesso che “ha i titoli per ambire a qualsiasi ruolo”.

Dunque sembra che l’uscita del redivivo Draghi dall’anonimato sia tutt’altro che casuale: ad un mese e mezzo dalle elezioni europee, con la von der Layen in netto ribasso nell’indice di gradimento (che quasi certamente non si ricandiderà alla presidenza europea) la poltrona resta vacante.

Draghi d’altro canto, dopo la delusione per la mancata nomina a Presidente della Repubblica, sembra aver puntato più in alto, facendo affidamento sul gradimento di cui ancora gode oltre confine grazie alla sua grande esperienza come presidente della BCE.

Dunque il copione sembra ripetersi.
Quando ci sono passaggi cruciali da far “digerire” al popolo – anche all’estero – il Mario nazionale sembra venga tirato fuori magicamente dal cilindro, per ottemperare a più alti interessi ed incarichi.
E, dato che anche Bergoglio non mi sembra molto in forma, forse potrebbe fare un pensierino anche per il soglio di Pietro…