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La rubrica Focus Radio è a cura della giornalista Beatrice Silenzi – direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

C’è una tecnologia che usiamo ogni giorno senza quasi accorgercene. Non fa rumore, non si vede, non chiede istruzioni particolari.
Eppure decide se possiamo entrare nel nostro telefono, pagare un acquisto, accedere all’home banking o ai sistemi di lavoro.
È il riconoscimento facciale: una vera e propria infrastruttura invisibile del digitale.

Fino a pochi anni fa era percepito come una comodità in più, una scorciatoia simpatica per evitare di digitare un codice. Nel 2026, invece, è diventato un pilastro della sicurezza digitale, al pari delle serrature di casa o delle chiavi dell’auto.
E non è un caso: il mercato mondiale della biometria ha ormai sfiorato i 20 miliardi di dollari, trainato soprattutto da un’urgenza nuova e molto concreta, quella di difendersi da frodi sempre più sofisticate basate su intelligenza artificiale e immagini false.

All’inizio, sui primi smartphone, il riconoscimento facciale serviva solo a sbloccare lo schermo.
Oggi fa molto di più. Nei modelli di fascia medio-alta e alta è diventato un controllore di azioni sensibili: non solo decide se puoi accedere al telefono, ma se puoi cambiare il PIN, entrare nel gestore delle password, autorizzare un pagamento o ripristinare il dispositivo.

In pratica, il volto non è più una scorciatoia, ma una chiave principale. Questo è particolarmente evidente nel mondo Android, dove Google ha trasformato la biometria in un elemento centrale delle funzioni antifurto: se il telefono finisce in mani sbagliate, anche conoscendo alcuni codici, molte operazioni restano bloccate senza la conferma del volto reale del proprietario.

A questo punto, però, emerge una domanda fondamentale: come fa uno smartphone a capire se davanti a sé c’è una persona vera e non una foto, un video o una maschera?
È qui che si gioca la partita più importante.
Il rischio si chiama spoofing, cioè l’inganno dell’identità. In parole semplici, è il tentativo di farsi passare per qualcun altro usando immagini, video o ricostruzioni artificiali del volto. Oggi, con i deepfake, questi tentativi sono sempre più realistici e accessibili.

Per questo i produttori hanno alzato drasticamente l’asticella. Alcuni sistemi utilizzano una mappatura tridimensionale del viso basata sulla proiezione di luce invisibile all’occhio umano, altri sfruttano fotocamere nascoste sotto lo schermo che analizzano come la luce attraversa il display e rimbalza sui tessuti del volto.
Il principio è semplice: la pelle umana riflette la luce in modo diverso rispetto a carta, schermi o silicone. Questo consente al dispositivo di distinguere una persona vera da una maschera o da una proiezione.

Se l’hardware fornisce “gli occhi”, l’intelligenza artificiale è il cervello del sistema. Nei telefoni di nuova generazione quasi tutta l’analisi del volto avviene direttamente sul dispositivo, senza inviare immagini a server esterni. Questo rende il processo più veloce e più rispettoso della privacy.
Un aspetto poco noto ma decisivo riguarda l’addestramento di questi sistemi.
Non si basano più solo su milioni di fotografie reali, ma anche su immagini artificiali generate al computer, che simulano condizioni difficili: luci strane, angolazioni improbabili, cappelli, occhiali, barba, espressioni insolite.

In questo modo il riconoscimento diventa molto più robusto nella vita reale.

La sfida più grande resta però quella delle frodi “in diretta”. Oggi esistono software capaci di animare un volto falso durante una videochiamata, imitando movimenti ed espressioni. Per contrastarli, i sistemi moderni non si limitano a confrontare i lineamenti.
Entrano in gioco tecniche di rilevamento della vitalità, che lavorano in modo invisibile. Il telefono analizza micromovimenti della pelle, la risposta dei tessuti alla luce e persino il flusso sanguigno del viso.
Attraverso lievissime variazioni di colore, impercettibili all’occhio umano, è possibile rilevare il battito cardiaco.

Un’immagine finta, anche molto sofisticata, non riesce a replicare questa sincronia biologica. Il risultato è un livello di precisione altissimo, superiore al 99 per cento contro i tentativi di inganno.

Nel 2026 questa tecnologia si muove dentro un quadro normativo molto più rigido rispetto al passato. L’Unione Europea ha imposto limiti severi all’uso dell’intelligenza artificiale ad alto rischio, categoria in cui rientrano i sistemi di identificazione biometrica a distanza.
In concreto, l’uso del riconoscimento facciale in tempo reale negli spazi pubblici per finalità di controllo è vietato, salvo rarissime eccezioni autorizzate da un giudice.
Le aziende devono dimostrare che i loro sistemi non discriminano per genere o origine e che i dati biometrici sono gestiti con estrema cautela. Anche i contenuti artificiali devono essere riconoscibili dai sistemi automatici, così da facilitare la difesa contro i falsi.

L’Italia ha adottato una linea ancora più prudente, bloccando fino al 2026 l’uso del riconoscimento facciale negli spazi pubblici da parte di soggetti privati e amministrazioni locali.
Niente telecamere “intelligenti” nei negozi o nei centri commerciali per scopi di marketing o sorveglianza privata. Solo magistratura e forze dell’ordine, sotto controllo dell’autorità garante, possono usarlo.

Meno password, più responsabilità
Dal punto di vista pratico, i benefici sono evidenti. Eliminare o ridurre le password ha abbassato i costi di assistenza informatica e semplificato la vita a milioni di lavoratori, che accedono ai sistemi semplicemente guardando uno schermo. Ma c’è un paradosso interessante: più la sicurezza diventa fluida e invisibile, più cresce l’attenzione sul valore del dato biometrico.

Nel 2026 siamo più consapevoli di una cosa fondamentale: il volto non è solo un’immagine, è un’informazione sensibile, unica e non modificabile. Per questo, oltre alla tecnologia, contano l’educazione degli utenti e la trasparenza di chi sviluppa questi sistemi.
Il riconoscimento facciale ormai non si limita a dire chi siamo, ma osserva come ci muoviamo, reagiamo e interagiamo nel mondo digitale. Ed è proprio da questa consapevolezza che passa la sua accettazione sociale.

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