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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
STATO PADRONE E GIUSTIZIA AL COLLASSO. LA DERIVA AUTORITARIA
Dipingiamo il quadro clinico della nostra società. Prendete il tennis: Lorenzo Musetti, talento nostrano, ha licenziato il suo psicologo.
Il motivo? Lo faceva bestemmiare di più. Sembra una barzelletta, ma è la realtà: analizzare le proprie imprecazioni al rallentatore portava solo a raddoppiare la dose di moccoli.
Se siamo arrivati al punto in cui la cura accentua il male, significa che è finito tutto. Stiamo parlando del nulla, mentre intorno a noi crollano i pilastri del diritto.
Il vero dramma, infatti, non si consuma sui campi in terra rossa, ma nelle aule di giustizia. Abbiamo assistito a un cortocircuito istituzionale senza precedenti presso il Tribunale di Milano.
Un presidente che, in un afflato di “civiltà” (termine ormai abusato per coprire qualsiasi deriva ideologica), arriva a suggerire che in casi di violenza di genere la parola della donna possa bastare come prova, rendendo superfluo il processo.
Siamo alla follia, a un passo dalla Corea del Nord o dentro un capitolo inedito di Kafka. Dove sono finiti la presunzione di innocenza, il dubbio pro reo, l’onere della prova?
È bastato un articolo sul sito di Nicola Porro per scatenare il putiferio. La politica si è svegliata, i giornali hanno iniziato a mugugnare e il magistrato in questione ha dovuto fare marcia indietro con una precisazione che era più una toppa peggiore del buco: “Non avete capito, il processo serve…”. Ma il danno culturale è fatto.
Siamo di fronte a un paternalismo autoritario dello Stato che, con la scusa di proteggere, smantella le garanzie costituzionali.
È il “regime Giorgia-Lella”, un impasto trasversale di ideologia che tratta i cittadini come sudditi o come bambini da rieducare.
E a proposito di bambini e Stato Padrone, guardiamo al caso della famiglia del bosco.
Un giudice decide di togliere i figli a una coppia che viveva in modo “alternativo”, senza elettricità e riscaldamento. Intendiamoci: da libertario difendo la scelta di chi vuole vivere fuori dagli schemi, anche se riconosco che vivere senza un cesso nel 2024 rasenta il fanatismo.
Ma la domanda è: lo Stato ha il diritto di deportare dei bambini sani e felici solo perché i genitori rifiutano il consumismo?
Questa deriva è iniziata con la pandemia: lì il potere ha scoperto quanto fosse facile rinchiuderci e sospendere i diritti. Oggi lo applicano ovunque.
Quei “fanatici” del bosco, con le loro zuppe solari e le vibrazioni cosmiche, sono probabilmente squilibrati, ma non fanno male a nessuno.
Il rischio vero è che ora il sistema li “normalizzi”, trasformandoli in fenomeni da baraccone mediatico, pronti per un reality o per la politica, ingoiati da quella stessa società che rifiutavano.
Il circo mediatico, d’altronde, non si ferma mai. Si nutre di casi eterni come Garlasco – che non deve finire mai perché fa fatturare avvocati e opinionisti – e di ipocrisie pop. Prendete Alessandra Amoroso, che annuncia l’addio ai social per “ritrovare i valori” dopo la maternità.
Ma davvero serve fare un figlio per capire che esiste una vita fuori dallo schermo? O è l’ennesima strategia di marketing di chi, se sparisse dai social, smetterebbe di esistere professionalmente?
La musica odierna è lo specchio di questo vuoto: canzoni scritte da algoritmi, orecchiabili e vuote, che scopiazzano il passato spacciandolo per nuovo.
C’è un esercito di autori che frulla i Rolling Stones e Arvo Pärt per creare hit usa-e-getta, mentre l’intelligenza artificiale ci invita a “essere istintivi” dopo averci ucciso l’istinto. In questo mare di plastica, artisti veri come il mio amico Tricarico faticano a emergere perché la moneta cattiva scaccia quella buona.
E infine, la ciliegina sulla torta: il caso Elodie. La cantante si lamenta perché un fan ha filmato sotto la sua gonna durante un concerto.
Premesso che il gesto è becero, non si può ignorare l’enorme ipocrisia di fondo. Elodie ha costruito una carriera sull’esibizione del corpo, sulla sessualizzazione costante, sul “vedo non vedo”.
Se giochi con il fuoco della provocazione sessuale per vendere dischi, non puoi poi strillare al patriarcato se il pubblico reagisce in modo volgare.
Elodie non è un’artista che usa il corpo, è una “figuretta” che usa la suggestione erotica come unico strumento.
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