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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

TRUMP. BOMBARDAMENTI E ACCORDI E IL CONSENSO SI SGRETOLA

Le ultime settimane restituiscono un quadro geopolitico estremamente fragile, nel quale la figura di Donald Trump torna al centro del dibattito internazionale, non più soltanto come leader controverso, ma come elemento di destabilizzazione anche interna al suo stesso bacino elettorale.
I dati sui sondaggi parlano chiaro: il consenso continua a scendere, passando dal 36 al 33 per cento nel giro di pochi giorni. Una dinamica che segnala una frattura ormai evidente all’interno della base MAGA, un tempo compatta e oggi attraversata da tensioni profonde.

Il punto critico non è soltanto politico, ma anche simbolico. Trump era stato eletto – e rieletto – anche sulla promessa di disimpegno militare e di priorità assoluta agli interessi interni degli Stati Uniti.
Il ritorno a una retorica aggressiva, accompagnata da scelte e dichiarazioni che sembrano andare in direzione opposta, mina alla radice la credibilità di quella narrazione.
La percezione diffusa è che le promesse siano state disattese e che il cosiddetto “America First” sia stato progressivamente sacrificato sull’altare di una geopolitica sempre più muscolare.

Uno degli elementi più preoccupanti riguarda il linguaggio utilizzato dal presidente americano. Le recenti dichiarazioni, in particolare quelle rivolte all’Iran, hanno suscitato reazioni forti anche all’interno degli Stati Uniti.
Minacciare la distruzione di una civiltà non è soltanto una provocazione politica: è un atto che si colloca al limite del diritto internazionale, evocando persino ipotesi di crimini di guerra.

In questo contesto, non sorprende che alcuni esponenti democratici abbiano ventilato l’ipotesi di un ricorso al 25° emendamento o addirittura a un nuovo impeachment.
Tuttavia, al di là delle dinamiche istituzionali, ciò che emerge è una strategia comunicativa che sembra oscillare tra la provocazione deliberata e quella che storicamente è stata definita “teoria del folle”, già attribuita in passato a Richard Nixon: mostrarsi imprevedibili per spiazzare gli avversari.

Resta però una domanda fondamentale: fino a che punto una simile strategia è sostenibile nel contesto attuale, caratterizzato da equilibri estremamente delicati e da una crescente interconnessione tra crisi regionali e globali?

La perdita di consenso non è un fenomeno superficiale. La base trumpiana appare oggi frammentata su più livelli.
Da un lato, il malcontento legato alla gestione di dossier interni, come il caso Epstein, che ha incrinato la fiducia di una parte dell’elettorato più attento ai temi della trasparenza.
Dall’altro, la politica estera, in particolare la gestione del conflitto in Medio Oriente, che ha allontanato anche figure mediatiche influenti come Tucker Carlson.

A ciò si aggiungono le tensioni interne all’amministrazione, con voci di epurazioni e possibili dimissioni eccellenti, che contribuiscono a rafforzare l’immagine di un sistema in difficoltà. La stabilità, elemento chiave per ogni leadership, appare sempre più compromessa.

In questo scenario, le elezioni di metà mandato rappresentano un passaggio cruciale. Pur essendo ancora lontane, si configurano già come un possibile punto di svolta.
Un risultato negativo potrebbe limitare significativamente il margine d’azione della presidenza, imponendo una coabitazione politica complessa e riducendo la capacità di incidere sulle scelte strategiche.

Trump, consapevole di non dover affrontare una nuova campagna elettorale presidenziale, sembra adottare un approccio più aggressivo, meno vincolato al consenso immediato.
Tuttavia, questo atteggiamento potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: se da un lato rafforza la sua immagine presso una parte dell’elettorato, dall’altro accelera il processo di erosione del consenso più moderato.

Le ricadute di questa instabilità non si limitano agli Stati Uniti. L’Europa, e in particolare l’Italia, si trovano in una posizione di evidente vulnerabilità.
La dipendenza dalle scelte americane, sia in ambito politico che economico, si traduce in un’accettazione quasi automatica delle conseguenze, anche quando queste risultano penalizzanti.

Il tema energetico è emblematico. Il rischio di un nuovo “lockdown energetico” non è più soltanto una suggestione, ma una possibilità concreta, legata all’aumento dei prezzi e alle tensioni internazionali.
In questo senso, il concetto stesso di lockdown cambia significato: non più una misura imposta dall’alto, ma una condizione di fatto determinata dall’impossibilità economica di sostenere determinati costi.

Se il prezzo dei carburanti raggiunge livelli insostenibili, la mobilità si riduce automaticamente, con effetti a cascata sull’economia e sulla vita quotidiana.
È un fenomeno silenzioso, ma potenzialmente devastante.

Un altro elemento che emerge con forza è la percezione di una crisi permanente. Dall’11 settembre in poi, il sistema internazionale sembra vivere in uno stato di emergenza continua, in cui ogni crisi prepara il terreno per la successiva.
Guerra, pandemia, emergenza energetica: eventi diversi, ma accomunati dalla capacità di incidere profondamente sulle libertà individuali.

In questo contesto, misure che un tempo sarebbero state considerate eccezionali tendono a diventare normalità.
Il rischio è quello di una progressiva erosione dei diritti, spesso giustificata dalla necessità di garantire sicurezza e stabilità.
Infine, si pone una questione cruciale: il rapporto tra informazione e realtà. Da un lato, la diffidenza crescente verso i media mainstream; dall’altro, il rischio opposto di affidarsi a fonti non verificate. La verità, come spesso accade, si colloca in una zona intermedia.

Non è necessario credere ciecamente ai media per rendersi conto della gravità della situazione: basta osservare la realtà quotidiana.
L’aumento dei prezzi, la difficoltà nel sostenere le spese, la percezione diffusa di instabilità sono elementi tangibili, che non possono essere liquidati come semplice “narrazione”.

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