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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
L’Abisso e le Anime Fragili
C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega i salotti ovattati di Mediaset, i podcast urlati di Fabrizio Corona e il fango delle cronache provinciali italiane.
È un filo fatto di cinismo, potere e un “tariffario” dell’anima che sembra non risparmiare nessuno.
Recentemente, il dibattito pubblico è stato scosso dalle rivelazioni – o presunte tali – dell’ex re dei paparazzi sul cosiddetto “sistema Signorini”.
Ma, come suggerisce con amara lucidità Massimo del Papa, la vera notizia non è ciò che Corona dice, ma il fatto che qualcuno si stupisca ancora.
La “bomba” lanciata da Corona su Alfonso Signorini e i presunti favori sessuali o economici richiesti per accedere al mondo dei reality non è che l’ennesima iterazione di un copione scritto nel 1954, all’alba della televisione italiana.
Il giornalismo di inchiesta, se così vogliamo chiamarlo, si è ridotto a una sorta di cecchinaggio mediatico dove figure come Corona, che ha vissuto e mangiato in quel piatto per decenni, decidono improvvisamente di “rifarsi una verginità” sputandoci sopra.
Ma c’è davvero qualcosa di nuovo sotto il sole dei riflettori? No.
La verità, cruda e brutale, è che la televisione è un prolungamento della politica condotto con altri mezzi.
Entrambi i mondi si reggono su logiche di clan e su un tariffario preciso: per un posto da consigliere regionale servono dai 50 ai 150 mila euro; per un posto in Parlamento la cifra sale vertiginosamente. Se non hai i soldi, devi pagare con altro.
È una forma di prostituzione sistemica che riguarda orifizi e portafogli in egual misura.
In questo contesto, il “caso Signorini” diventa una falsa notizia.
Se per entrare in un reality o in un talent devi “cedere”, non si tratta di un abuso nel senso classico del termine, ma di una transazione commerciale tra adulti consenzienti che investono il proprio corpo per ottenere la fama.
È una scelta di campo, non una missione al fronte.
Massimo del Papa ci riporta indietro al 1983, nel cuore pulsante di quella Milano 2 che stava costruendo l’immaginario dell’Italia berlusconiana.
I ricordi di chi ha vissuto la “claque” a Premiatissima dipingono un quadro felliniano e degradante: turni di 19 ore in capannoni gelidi a Cologno Monzese, pulsantiere di plastica finta dipinte con l’adesivo, registi che insultano il pubblico e artisti che arrivano all’alba distrutti dagli eccessi.
Dall’Angela dei Ricchi e Poveri che scola vodka a canna alle cinque del mattino per reggere il ritmo, alla cattiveria geniale di Amanda Lear, fino allo squallore delle “favorite” del Presidente che non potevano nemmeno essere nominate.
Già allora si percepiva che la televisione non era un mondo di sogni, ma un ambiente al confine con la malavita, un luogo sordido dove il talento era solo un accessorio rispetto alla fedeltà al clan o alla disponibilità verso il potente di turno.
E oggi? La logica non è cambiata, è solo diventata più “svaccata”.
Prendiamo il caso di Amadeus. Dopo un addio alla Rai vissuto con l’arroganza di chi si sente intoccabile e un anno di fallimenti collezionati sul Nove, il conduttore si appresta a tornare a Viale Mazzini.
Non con la coda tra le gambe, ma “imposto” dai soliti padrini mediatici e politici.
Verrà spacciata come una “nuova sfida”, una delle espressioni più odiose del lessico televisivo.
Non è mai una sfida: è sempre una questione di soldi e di clan. Fiorello chiama, la politica risponde, e il pubblico paga il conto.
È la mistica della sfida usata come paravento per un sistema mafioso che premia sempre i soliti nomi, indipendentemente dai risultati o dalla dignità.
Tuttavia, mentre i “tronisti” e i potenti della TV giocano a scannarsi nei podcast per qualche visualizzazione in più, l’Italia reale sprofonda in un abisso di ferocia.
Il contrasto è atroce. Da una parte abbiamo chi si vende per un’inquadratura, dall’altra abbiamo tragedie che tolgono il respiro.
In Molise, un ragazzino è stato quasi ucciso di botte da quattro bulli dopo mesi di tormenti.
La risposta delle famiglie degli aggressori? Minacce di morte ai genitori della vittima se avessero osato denunciare. È il segno di un Paese che ha perso ogni anticorpo civile e morale, dove l’impunità è la regola e la violenza è un vanto.
Ancora più dolorosa è la storia del giovane di 28 anni in Sardegna, che si è tolto la vita dopo essere stato travolto da una gogna social con l’accusa infamante (e falsa) di pedofilia. Un ragazzo fragile che ha lasciato un biglietto alla madre: “Mamma, ti voglio tanto bene”.
Lui non ha retto al peso di un mondo che usa le parole come pietre, mentre i vari Corona e Signorini banchettano sulle macerie del buonsenso.
Mentre ci avviciniamo al Natale, è difficile parlare di “auguri” senza sentire un retrogusto amaro. Non è Natale per quella madre in Sardegna a cui resta solo un bigliettino. Non è Natale per chi viene bullizzato nel silenzio di una provincia barbara.
L’ingiustizia non è che qualcuno “dia il culo” per andare al Grande Fratello; l’ingiustizia è che quel sistema venga considerato il vertice del successo, mentre le anime fragili vengono schiacciate dalla stessa macchina mediatica che alimenta il trash.
C’è un abisso invalicabile tra chi sceglie lo squallore per profitto e chi ne rimane vittima senza averlo chiesto.
Forse, invece di indignarci per gli altarini dello spettacolo, dovremmo iniziare a vergognarci di un sistema-paese che premia i “furbi” e i “violenti” e non sa proteggere chi, in questo mondo di lupi, ha solo la forza di scrivere un ultimo messaggio d’amore alla propria madre.
Il resto, come direbbe Gordon Gekko, è solo conversazione. E la conversazione, purtroppo, non ha mai salvato nessuno.
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