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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

Il cuore del dibattito non è solo l’attualità, ma la metamorfosi antropologica di chi l’informazione la fa, la subisce o la usa come scudo protettivo.
Il primo affondo di Massimo del Papa riguarda il “caso Signorini”. Gli avvocati del celebre conduttore e direttore hanno annunciato azioni legali contro chiunque — motori di ricerca, siti, canali web — continui ad amplificare narrazioni ritenute lesive della sua dignità in merito a presunte condotte criminose.

Il commento di Max è tranciante: “È un tentativo di arginare il mare con le mani”. Il paradosso è servito. Signorini, che ha costruito un impero editoriale e televisivo sul rovistare nelle vite altrui, sull’esclusiva pruriginosa e sullo scoop a ogni costo, oggi invoca la mannaia legale contro quella stessa macchina del fango (o del gossip) che ha contribuito a oliare per decenni. “Finché sono dalla parte giusta del gossip, va tutto bene. Quando capita a loro, vogliono denunciare tutto ciò che si muove”, osserva Del Papa. È il cortocircuito di un sistema dove la privacy è un lusso che si rivendica solo dopo aver lucrato su quella degli altri.

Ma la riflessione si allarga: Signorini è fuori da Mediaset, mentre Endemol indaga sulle rivelazioni di Fabrizio Corona. Per Del Papa, però, il problema non è il singolo uomo, ma il metodo. “Sarà mica l’unico a comportarsi così?”, si chiede provocatoriamente, esortando Corona a fare il suo “mestiere di martire dell’informazione” fino in fondo, scoperchiando i vasi di Pandora anche negli altri network, dalla Rai a La7.
La politica del “querelo lo specchio”
Dallo spettacolo alla politica, il passo è breve e il vizio è lo stesso: la querela come strumento di chirurgia plastica per rifarsi una verginità perduta.

Max cita il caso dei politici che, fino a ieri, frequentavano assiduamente — o addirittura omaggiavano — figure oggi finite nel mirino della magistratura (come il caso Anoun a Genova).
“Ci stavi tu mano nella mano, ci stavi tu sotto il palco, e ora quereli chi mette le foto?”, sbotta Del Papa.
È la cultura della rimozione forzata. La querela non serve più a ristabilire una verità negata, ma a intimidire chiunque osi ricordare il passato.
Una deriva che Max definisce “balenga”, dove persino i paladini della libertà di stampa invocano il silenzio quando la notizia non è più un’arma da scagliare contro l’avversario, ma un boomerang che torna indietro.

In un momento di rara introspezione, Massimo del Papa confessa una stanchezza profonda. Dopo 36 anni di giornalismo vissuto “col coltello tra i denti”, il proposito per il 2026 non è produrre di più, ma vivere finalmente una vita da ultra-sessantenne fuori dall’assedio. Ma è possibile in questa società?
L’analisi vira sul sociale e sull’economico. Max descrive un “neoliberismo totalmente deresponsabilizzato” che ha trasformato i cittadini in schiavi moderni. Non c’è più spazio per la pensione come diritto al riposo, ma solo per una produzione continua e ossessiva.

“Lavori per lavorare, non sei più un soggetto di diritto”, denuncia. Il paragone con il modello autoritario cinese è inquietante: anche nelle democrazie occidentali, lo Stato sembra interessato solo a inserire obblighi e doveri, togliendo ogni garanzia. In questo scenario, l’informatore indipendente è colui che deve corrersi dietro la coda ogni giorno, mentre chi è organico al sistema della politica o delle aziende pubbliche guadagna senza produrre nulla di rilevante.

Il richiamo intellettuale di Del Papa va a Giorgio Bocca e al suo saggio del 1989, I padroni in redazione. Tutto era già scritto. L’informazione non è più una merce, ma l’ancella del potere politico e finanziario. I giornalisti sono stati sostituiti da “influencer o personaggini da avanspettacolo”.
Mentre i social media, pur nel loro caos di fake news, riescono ancora a far emergere i fatti con una potenza dirompente, l’informazione tradizionale appare ingessata, governata da “mandarini” ottantenni che proteggono giovani conformisti e faziosi.
È un sistema che non può cambiare dall’interno perché ha perso la sua missione originaria.

C’è infine un appunto amaro sul pubblico. Max racconta della sua esperienza personale con la malattia, ricevendo sui social consigli non richiesti, insulti o diagnosi da “esperti del nulla”. È il sintomo di una società dove tutti pensano di sapere tutto, dove l’elettricista vuole insegnare al medico e il lettore vuole insegnare al giornalista.
“La gente spesso non vuole la verità, vuole solo la verità che fa comodo ai propri pregiudizi”, osserva. Che si parli di Israele e Hamas, di pandemie o di gossip, il meccanismo è lo stesso: ogni notizia viene letta attraverso la lente della propria militanza. Chiunque cerchi di fare analisi complessa viene accusato di “distrazione di massa” o di essere al soldo di qualche potere oscuro.

Nonostante il pessimismo cosmico, c’è ancora un barlume di resistenza. Per Massimo del Papa, l’unico modo per fare informazione oggi in modo “personale e svincolato” è il teatro. Il suo monologo, che tocca i temi della repressione vissuta negli ultimi sei anni — dalle deportazioni pandemiche agli idranti contro i manifestanti — è il suo modo per non dimenticare e per parlare a chi ha ancora voglia di ascoltare senza filtri ideologici.

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