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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
IL VERO VOLTO DELLA CRISI CONTEMPORANEA
C’è una parola che torna, ciclicamente, come un’eco che non si riesce a zittire: blocco. Non più soltanto lockdown sanitario, ma qualcosa di più sottile, più pervasivo, più difficile da riconoscere e quindi da contrastare.
Un blocco energetico, un blocco tecnologico, un blocco sociale. Non dichiarato, ma percepito. Non imposto formalmente, ma vissuto quotidianamente.
Nelle ultime ore, episodi apparentemente scollegati – interruzioni nelle comunicazioni, difficoltà nei trasporti, tensioni sui mercati energetici – hanno contribuito a creare una sensazione diffusa: quella di un sistema che può fermarsi da un momento all’altro.
E la domanda, inevitabile, è se si tratti davvero di coincidenze oppure di segnali che convergono nella stessa direzione.
Il contesto geopolitico non aiuta a dissipare i dubbi. Siamo dentro una fase storica che, senza retorica, può essere definita conflittuale.
Non necessariamente una guerra tradizionale, ma un conflitto multidimensionale che si gioca su più piani: militare, economico, informativo e tecnologico.
In questo scenario, l’energia diventa una leva strategica primaria. Non è soltanto una risorsa: è uno strumento di pressione, un’arma silenziosa.
Quando il costo del carburante aumenta in modo significativo, quando la mobilità si riduce non per divieti ma per impossibilità economica, il risultato è lo stesso di una restrizione formale: le persone restano ferme.
Non perché obbligate, ma perché non possono fare altrimenti. È una forma di controllo indiretta, più efficace proprio perché non esplicita.
Questo porta a una riflessione cruciale: il concetto stesso di libertà si sta trasformando. Non si tratta più solo di poter fare qualcosa, ma di avere le condizioni materiali per farlo.
E quando queste condizioni vengono meno – energia, denaro, accesso ai servizi – la libertà diventa teorica.
Parallelamente, si inserisce un altro elemento fondamentale: la tecnologia. Negli ultimi anni, la dipendenza da strumenti digitali è cresciuta in modo esponenziale.
Comunicazione, lavoro, relazioni, informazione: tutto passa attraverso piattaforme e infrastrutture che, in qualsiasi momento, possono essere interrotte o limitate.
Il paradosso è evidente. Più la tecnologia promette connessione e autonomia, più aumenta la vulnerabilità sistemica. Se si spegne la rete, si spegne una parte consistente della vita sociale.
E quando questo accade, anche solo per poche ore, emerge una fragilità profonda: la difficoltà di funzionare senza mediazione tecnologica.
In questo quadro, l’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore punto di svolta. Da un lato, offre strumenti potentissimi: automatizza processi, accelera la produzione di contenuti, semplifica attività complesse. Dall’altro, introduce una dinamica più sottile: la deresponsabilizzazione.
Se un algoritmo scrive, decide, suggerisce, produce, l’individuo si limita a eseguire. E nel momento in cui l’errore non è più umano, ma attribuibile a un sistema, si apre una frattura etica significativa.
Chi è responsabile? Chi agisce davvero? La distinzione tra azione e delega si fa sempre più sfumata.
Questo ha implicazioni profonde anche sul piano culturale e spirituale. L’idea di soggettività, di coscienza, di responsabilità personale viene progressivamente erosa.
Se tutto può essere simulato, replicato, manipolato, diventa sempre più difficile distinguere tra autenticità e rappresentazione.
A questo si aggiunge il potere dell’immagine. In un’epoca dominata dal visivo, ciò che appare tende a prevalere su ciò che è dimostrabile.
Una fotografia, un video, anche se alterati, possono avere un impatto più forte di qualsiasi argomentazione razionale. La percezione sostituisce la verifica.
Il risultato è una crescente confusione: non solo informativa, ma ontologica. Non si tratta più di sapere cosa è vero o falso, ma di stabilire cosa è reale.
E in questa incertezza, il controllo diventa più semplice. Perché una società confusa è una società meno reattiva.
Un altro aspetto rilevante riguarda la reazione collettiva. O meglio, la sua assenza. Di fronte a rincari energetici, disservizi, inefficienze, la risposta prevalente sembra essere la rassegnazione. Non necessariamente passività consapevole, ma adattamento progressivo.
Questo è forse il dato più significativo. Non tanto ciò che accade, ma come viene percepito. Se ogni crisi viene interiorizzata come inevitabile, se ogni restrizione viene accettata come necessaria, il margine di opposizione si riduce drasticamente. Non per repressione, ma per assuefazione.
La storia insegna che le grandi trasformazioni non avvengono sempre attraverso rotture violente.
Spesso passano per piccoli cambiamenti graduali, difficili da cogliere nel momento in cui avvengono. È nel tempo che si manifesta la loro portata.
Oggi ci troviamo in una fase di transizione. L’energia, la tecnologia, la finanza non sono più ambiti separati, ma elementi interconnessi di un unico sistema.
E questo sistema, quando entra in tensione, produce effetti a catena che incidono sulla vita quotidiana in modo diretto.
Il cosiddetto “lockdown energetico” non è necessariamente un evento dichiarato. Può essere una condizione di fatto: meno mobilità, meno accesso, meno possibilità. Una restrizione senza decreto, ma con effetti concreti.
La questione centrale, allora, non è solo capire cosa sta accadendo, ma interrogarsi su come si intende reagire. Se con consapevolezza o con fatalismo. Se con analisi o con semplificazione.
Perché in un contesto complesso, la tentazione di ridurre tutto a spiegazioni lineari è forte. Ma rischia di essere fuorviante. Serve invece uno sguardo lucido, capace di tenere insieme i diversi livelli: geopolitico, economico, tecnologico, culturale.
Solo così è possibile evitare due estremi opposti: da un lato il complottismo indiscriminato, dall’altro l’accettazione acritica. Entrambi impediscono di comprendere davvero la realtà.
E forse è proprio qui il nodo: recuperare la capacità di discernimento. In un mondo dove tutto accelera, dove tutto si sovrappone, dove tutto può essere manipolato, il vero atto di resistenza potrebbe essere questo: continuare a pensare.
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