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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
A DAVOS IL CICLONE TRUMP. SALTERÀ L’AGENDA DEL WEF?
Il mese di gennaio, per le élite della finanza e della politica mondiale, ha da sempre un unico sinonimo: Davos. Tuttavia, la 56ª edizione del World Economic Forum (WEF), che prende il via domani nel cuore delle Alpi svizzere, si preannuncia come la più anomala e potenzialmente esplosiva degli ultimi decenni.
Dopo l’uscita di scena – definita da molti osservatori come “miserabile” – del fondatore Klaus Schwab, il “pifferaio magico” del Grande Reset, il forum sembra aver smarrito la sua bussola ideologica originaria per scontrarsi frontalmente con una realtà geopolitica radicalmente mutata.
Non sarà un’edizione all’insegna del dialogo pacato e della continuità. Al contrario, l’ombra lunga di Donald Trump e della sua nuova amministrazione incombe sul forum come un vero e proprio “terremoto”.
Il Tycoon non arriva a Davos per mediare, ma per imporre. Accompagnato da una delegazione di “pezzi da novanta” – tra cui il Segretario di Stato Marco Rubio, il consigliere Steve Witkoff e il genero Jared Kushner – Trump punta a scardinare pezzo dopo pezzo l’agenda globalista che ha dominato il WEF per cinquant’anni.
Il senso dell’operazione è chiaro: una prova di forza. Lo scontro non è più diplomatico, ma ontologico. Da un lato resta l’architettura del globalismo classico, arroccata sulla cooperazione multilaterale e sulla governance sovranazionale; dall’altro irrompe la “visione MAGA” (Make America Great Again), un’agenda “in salsa sovranista” che mette l’interesse nazionale statunitense davanti a tutto.
Come sottolineato da Erica Perucchietti sembra quasi una sfida virile tra leader: “la mia agenda è più grande della tua”.
Uno dei temi più caldi e controversi sarà il cosiddetto “Board of Peace” per la ricostruzione di Gaza. Un progetto ambizioso, che vede coinvolti 15 Paesi e che inizialmente sembrava dover essere guidato da figure come Tony Blair, ma che ora risiede saldamente sotto la regia di Mar-a-Lago.
La questione palestinese, la creazione di uno Stato sovrano e la stabilizzazione del Medio Oriente saranno monitorate con estrema attenzione dai quasi 3.000 delegati presenti, ma non saranno gli unici punti di attrito.
L’agenda Trump porta con sé dossier pesantissimi che minacciano di ribaltare gli equilibri mondiali:
Ucraina e Russia: La ricerca di una tregua che potrebbe ridefinire i confini europei.
Sud America: Con Marco Rubio (figlio di esuli cubani) al Dipartimento di Stato, i riflettori sono puntati su un possibile “regime change” in Venezuela e su una linea durissima contro Cuba.
Danimarca e Groenlandia: Un vecchio pallino di Trump che torna prepotentemente d’attualità.
Iran: La prosecuzione della politica di massima pressione che mette in allarme le cancellerie europee.
Il fallimento del Grande Reset e la crisi della Transizione Verde
Il punto di rottura più evidente riguarda però i pilastri del “Grande Reset” di Schwab: la transizione ecologica e quella digitale. Per anni Davos è stata la cattedrale del culto del cambiamento climatico, imponendo linee guida rigorose sulla decarbonizzazione. Trump, con la sua politica di dazi e il ritorno massiccio alle energie fossili, è pronto a far saltare il banco.
In Europa, i segni di questo smottamento sono già visibili. La “transizione verde” sta mostrando le sue crepe: aziende che chiudono, costi energetici insostenibili e paradossi economici, come il prezzo della benzina verde che scende sotto quello del diesel, generando inquietudine nei consumatori e nelle industrie.
L’agenda di Washington non sembra più disposta a sacrificare la crescita economica sull’altare delle politiche “green” care alle élite di Davos.
Anche sul fronte dell’identità digitale si registrano i primi passi indietro. Il caso del governo Starmer nel Regno Unito è emblematico: la marcia indietro sull’ID digitale per i lavoratori, arrivata dopo forti proteste della società civile, dimostra che quando la popolazione prende posizione, i progetti tecnocratici possono subire battute d’arresto significative.
In questo scontro tra titani, qual è il ruolo dell’Europa e, nello specifico, dell’Italia? La premier Giorgia Meloni è attesa al Forum, dove dovrà muoversi in un equilibrio delicatissimo. Da una parte c’è la necessità di mantenere un asse solido con la nuova amministrazione statunitense; dall’altra il rischio di vedere l’Unione Europea scivolare verso l’irrilevanza geopolitica.
L’Europa si trova stretta tra l’incudine del protezionismo americano (fatto di dazi e guerre commerciali) e il martello di una crisi d’identità interna. Se il WEF è stato per decenni il garante di un ordine mondiale che oggi sta crollando, l’Europa rischia di rimanere ancorata a un modello obsoleto mentre il resto del mondo cambia pelle.
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