di GIORGIO PANDINI
SINNERS. I PECCATORI PER GLI AMANTI DEL BLUES
Ieri sera sono finalmente riuscito a vedere il film “I peccatori” (titolo originale Sinners), attualmente al centro dell’attenzione per il cospicuo numero di nomination ottenute in vista della serata della Academy Awards per la consegna degli Oscar, battendo il record in precedenza detenuto da Titanic di James Cameron.
Devo confessare da studioso e musicista di Delta Blues che le aspettative erano molto alte, un po’ per il gran parlare che si è fatto dopo questa notizia, un po’ per alcune recensioni che ho letto in cui si affermava che alcune vicende erano ispirate alla vita del leggendario Robert Johnson, celebre bluesman morto in circostanze misteriose nel 1938 a soli 27 anni in odore di zolfo e primo membro del famoso “club dei 27” di cui fanno parte Jimi Hendrix, Jim Morrison e Janis Joplin tra gli altri.
Già questi due aspetti avevano acceso la mia curiosità, aggiungiamoci pure che veniva chiaramente esplicitata la presenza di vampiri bianchi e tanto basta ad un appassionato della musica del diavolo per prendere la decisione di spendere due ore davanti ad uno schermo.
E quindi?
L’inizio della pellicola è piuttosto potente: una classica chiesa del Mississippi completamente bianca spicca in mezzo alla pianura, un gospel risuona nella calda estate del Delta, una macchina scoperta arriva di fronte all’edificio, un ragazzo nero insanguinato e sotto shock con i vestiti strappati scende dall’auto stringendo in mano il manico spezzato di una chitarra e fa un ingresso ad effetto durante la funzione religiosa.
L’auto non è una Terraplane ma la scena fa comunque ben sperare.
La trama prosegue poi con un lungo flashback in cui si racconta come si è arrivati alla scena iniziale: il ragazzo con la passione per la chitarra blues a cui viene detto che il suo strumento è appartenuto nientemeno che a Charley Patton, è in viaggio insieme ai suoi cugini, due gemelli gangster che hanno fatto fortuna a Chicago e che ora hanno intenzione di impiantare un Juke Joint fuori Clarksdale e di farlo esibire sul palco.
I due ingaggiano a suon di dollari e promesse di alcol anche un vecchio bluesman esperto che è un misto tra Howlin’ Wolf e Sonny Boy Williamson II.
Si fanno un po’ di pubblicità tra la gente e poi organizzano l’apertura, nel frattempo vengono introdotti i due personaggi femminili importanti, l’ex ragazza di uno dei gemelli che ha la pelle un po’ troppo chiara per gli standard della comunità nera e che viene scambiata in maniera troppo insistente per bianca, e la compagna dell’altro fratello, una sorta di sacerdotessa hoodoo che parla di Mojo e opera rituali con polveri, ossa e candele.
La serata dei protagonisti procede bene, vediamo la vita del juke joint tra musica blues, alcol, sesso e gioco d’azzardo, con le inevitabili risse, finché il tutto viene interrotto dall’arrivo dei vampiri bianchi che cercano di entrare nel locale.
Per farla breve, da questo momento parte l’escalation horror in cui quasi tutti gli avventori vengono vampirizzati e assediano il locale in cui sono chiusi i sopravvissuti fino allo scontro finale in attesa del sorgere del sole che pone fine alla battaglia.
Che dire quindi di questa opera?
Un film godibile e nulla più, in pratica si tratta di un enorme deja vu che rimanda in maniera piuttosto imbarazzante a Dal Tramonto all’Alba di Robert Rodriguez, pupillo di Tarantino, solo che invece della danza sensuale di Salma Hayek nel ruolo di Satanico Pandemonium sulle note di After Dark, qui abbiamo un piccoletto irlandese con la faccia da satiro che canta e balla Rocky Road to Dublin circondato da una banda di straccioni festanti che sembra una citazione del videoclip di Thriller di Michael Jackson ma senza le celebri coreografie.
Era decisamente meglio il Titty Twister del Juke Joint. Il film è pieno di stereotipi e ci dà solo un accenno a quella che è tutta la mitologia della musica blues e della vita di quel periodo senza avere minimamente la potenza espressiva e narrativa di altre pellicole come Il Colore Viola ad esempio.
E Robert Johnson?
A parte una signorina Beatrice citata all’inizio omonima della protagonista di Phonograph Blues e un’insegna HOT TAMALES visibile appena entrati a Clarksdale c’è davvero pochino.
Tutto insomma è ripetizione e citazione di cose già fatte, i protagonisti palestrati e la presenza dei vampiri rendono poi tutta l’opera un grosso fumettone in salsa blues per palati dai gusti semplici in cui non si ravvisano elementi che facciano gridare al miracolo contrariamente a quanto pubblicizzato.
Insomma è tutto da buttare? No, affatto.
Gli aspetti positivi sono pochi ma ci sono. Innanzitutto è lodevole che si faccia conoscere al grande pubblico la vera musica blues, quella delle origini che però è la fonte da cui nasce tutta la musica che si ascolta oggi, molto suggestiva in questo senso la scena musicale nel locale in cui vediamo assieme al protagonista anche artisti e clienti fuori contesto: chitarristi elettrici anni ’80, artisti rap, hip hop e DJ a mostrare la discendenza della musica del Delta.
La speranza è che il successo del film possa portare quindi ad un revival del Delta Blues come è avvenuto dopo i Blues Brothers o l’uscita dell’Unplugged di Clapton negli anni ’90. Carine anche le citazioni della magia Hoodoo, che penso conoscano in pochissimi, e la scena della railroad gang sulla strada con i prigionieri che lavorano a suon di musica come le registrazioni di Leadbelly e dei detenuti di Parchman.
Piacevole nonostante tutto anche la serata del Juke Joint prima della svolta horror e la caratterizzazione dei personaggi.
Una chicca per appassionati inoltre la presenza di Buddy Guy, vera leggenda vivente, nel ruolo di attore nella parte finale del film in cui oltre a recitare ci delizia con una breve esibizione con sola chitarra e voce.
Commovente per chi è cresciuto ascoltando Alone and Acoustic del duo Buddy Guy e Junior Wells.
Da sottolineare che nello scambio di battute finali uno dei personaggi dice a Buddy Guy parlando di Blues: “Non mi piace quella roba elettrica quanto quella vera. Sì. Mi manca la vera musica.”
Ma, d’altra parte, chi non ama il blues ha un buco nell’anima.

