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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
FABRIZIO CORONA. GIUSTIZIERE DEI DEBOLI O GRAN FURBACCHIONE?
C’è un equivoco di fondo che attraversa buona parte del dibattito pubblico italiano: scambiare il gossip per il problema, quando in realtà è solo il sintomo. Le polemiche recenti che ruotano attorno a Fabrizio Corona, alle sue rivelazioni e ai suoi numeri record sul web, non parlano davvero di sesso, scandali o tradimenti.
Parlano di potere. E soprattutto di come il potere, oggi, passi per la comunicazione, gli algoritmi e la capacità di orientare l’attenzione collettiva.
I tre milioni di visualizzazioni non sono un incidente. Sono il risultato di un meccanismo preciso: l’algoritmo non premia la verità, né la qualità, ma l’intensità emotiva.
Premia ciò che divide, che scandalizza, che accende pulsioni primarie. Il contenuto pruriginoso funziona perché intercetta una curiosità antica quanto l’uomo, ma oggi viene amplificato da piattaforme che trasformano il rumore in valore economico.
Il punto, allora, non è se sia vero o falso ciò che viene detto su personaggi come Gerry Scotti o su dinamiche interne al mondo televisivo. Il punto è perché quel racconto diventa improvvisamente centrale, virale, irresistibile.
La risposta è semplice e inquietante: perché scoperchia un “risaputo” che normalmente resta sommerso. Non c’è nulla di più destabilizzante dell’ovvio quando viene detto ad alta voce.
Da decenni sappiamo che la televisione generalista italiana funziona secondo logiche di fedeltà, protezione reciproca e selezione del consenso. Alcuni nomi diventano marchi, altri restano corpi sostituibili.
Alcuni sono criticabili, altri intoccabili. Quando si pronuncia il nome di Maria De Filippi, ad esempio, non si entra più nel campo della critica televisiva, ma in quello della geopolitica mediatica.
Il problema non è il giudizio estetico o culturale sui suoi programmi: il problema è il sistema di relazioni economiche, produttive e simboliche che quei programmi alimentano.
In questo senso, il gossip funziona come cavallo di Troia. Attira per le “chiappe”, per usare un’espressione volutamente brutale, ma introduce un tema molto più serio: la trasversalità del potere mediatico.
Un potere che attraversa reti formalmente concorrenti, che consente passaggi fluidi tra Mediaset e RAI, che neutralizza il dissenso non con la censura plateale ma con l’ostracismo silenzioso. Non ti proibisco di parlare: semplicemente non ti invito più.
È qui che la questione diventa democratica. Perché un sistema informativo sano tollera la critica, persino aspra. Un sistema malato, invece, costruisce zone franche: figure che non si possono toccare, narrazioni che non si possono scalfire, format che non si possono mettere in discussione.
E quando qualcuno prova a farlo dall’esterno, con metodi rozzi, teatrali, persino discutibili, ottiene un consenso sproporzionato proprio perché intercetta una frustrazione diffusa.
Non è un caso che ogni stagione produca il suo “guastatore”: ieri Grillo, oggi Corona, domani qualcun altro. Figure diversissime tra loro, ma accomunate da un tratto: parlano a un pubblico che non si sente rappresentato dai canali ufficiali.
Il rischio, però, è confondere la demolizione con l’alternativa. Fare rumore non significa costruire un sistema migliore. Anzi, spesso il rumore serve solo a rimescolare gli equilibri senza cambiarli davvero.
C’è poi un altro elemento che attraversa tutta questa vicenda: la sacralizzazione del successo economico. Chi fa numeri viene automaticamente assolto, legittimato, persino santificato. Non importa il percorso, non importa il costo umano o sociale: se “crei valore”, tutto il resto diventa secondario.
È una logica profondamente regressiva, che riduce l’etica a contabilità e la responsabilità a fatturato.
In questo quadro, anche la televisione appare come un organismo stanco, ripetitivo, incapace di rinnovarsi davvero. Gli stessi format, gli stessi volti, le stesse liturgie da trent’anni. Il cambiamento non avviene per evoluzione, ma per rottura.
E la rottura, quando arriva, è sempre violenta, scomposta, spesso indecente. Ma arriva perché il sistema non ha saputo autoriformarsi.
Il vero tema, allora, non è Corona sì o Corona no. È la fragilità di una democrazia mediatica che non regge più il peso della propria opacità. Dove il confine tra intrattenimento, informazione e potere politico è diventato poroso fino a scomparire. Dove l’algoritmo ha sostituito il direttore editoriale e l’indignazione ha preso il posto dell’analisi.
Il gossip passerà, come passa sempre. I nomi cambieranno. Ma la domanda resterà: vogliamo continuare a scambiare il rumore per verità, o siamo ancora capaci di distinguere ciò che intrattiene da ciò che governa davvero le nostre vite?
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