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La rubrica Primo Piano è a cura di Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

FAMIGLIA DEL BOSCO. I BAMBINI SOTTRATTI AI GENITORI

Il caso della “Famiglia del Bosco” è esploso mediaticamente come una curiosità di costume, quasi un racconto anacronistico di una vita “hippie” fuori dal tempo.
Tuttavia, ciò che era iniziato come il racconto di una scelta di vita alternativa si è trasformato in una vicenda kafkiana, un dramma giudiziario e umano che oggi scuote le coscienze e solleva interrogativi profondi sul ruolo dello Stato e sulla tutela reale dei minori.

Secondo la dottoressa Annarita Iannetti, medico specialista in PNEI (Psiconeuroendocrinoimmunologia), non siamo di fronte a una semplice disputa legale sulla scolarizzazione o sull’agibilità di un’abitazione, ma a un vero e proprio “crimine biologico” perpetrato ai danni di individui in fase di sviluppo.

Il punto di partenza della riflessione della dottoressa Iannetti è una critica serrata all’approccio istituzionale.
Per decenni, la psicologia è stata trattata come una disciplina astratta, divisa in decine di scuole di pensiero spesso in contrasto tra loro.
La moderna psicobiologia, tuttavia, ha oggettivato la psiche.
Grazie alla PNEI, oggi sappiamo che ogni emozione si traduce in una risposta cellulare immediata.

“Non c’è organo o apparato le cui cellule non abbiano un imprinting funzionale a seconda delle emozioni che la persona prova”, spiega la Iannetti.
Questo significa che gli eventi traumatici, come la separazione forzata dai genitori, non “passano” con il tempo, ma vengono letteralmente scritti nella fisiologia del bambino, condizionandone la salute futura.

Uno dei pilastri scientifici citati per comprendere la gravità di questo caso è la Teoria Polivagale di Stephen Porges.
Un bambino, non avendo ancora sviluppato una coscienza superiore o la capacità di autoriflessione tipica dell’adulto, reagisce all’ambiente in modo puramente automatico e neurovegetativo.

Quando un minore viene allontanato bruscamente dal suo nucleo primario di accudimento, il suo sistema nervoso simpatico si attiva in una modalità di “attacco o fuga” perenne.
Se questa condizione di stress non viene risolta, l’iperattivazione del simpatico diventa un imprinting funzionale. In parole povere: il corpo del bambino impara a vivere in uno stato di emergenza costante, un “guaio biologico” che può tradursi in malattie croniche, disturbi del comportamento e fragilità immunitaria anche una volta superata l’emergenza.

La critica della Iannetti si sposta poi verso l’apparato burocratico: assistenti sociali e giudici che, pur agendo “secondo legge”, opererebbero sulla base di parametri scientifici obsoleti di cinquant’anni.
Il focus delle istituzioni si concentra spesso su elementi esterni: la scolarizzazione, l’igiene formale, la conformità agli standard della vita urbana. Si ignora, però, il “nucleo principale di salute”, che è la relazione di accudimento.

“La priorità assoluta non può essere la scolarizzazione, ma lo stile di attaccamento”, afferma la dottoressa.
Se il legame tra genitori e figli è sano e soddisfacente, lo Stato non dovrebbe avere il diritto di spezzarlo, ma semmai il dovere di affiancarlo.
Il paradosso è evidente: mentre la pet therapy viene introdotta negli ospedali per favorire la guarigione attraverso il contatto con gli animali, a questi bambini sono stati sottratti contemporaneamente genitori, asini, cani e galline, ovvero tutto il loro mondo affettivo e relazionale.

Cos’è davvero un “abuso”?
La Iannetti mette a confronto la vita della Famiglia del Bosco con quella di migliaia di bambini “moderni” che vivono chiusi tra quattro mura, alienati davanti a un tablet, incapaci di gestire relazioni sociali o di riconoscere un albero o una gallina.
È più abusante una vita in mezzo alla natura, seppur priva di comfort occidentali, o una vita cittadina che priva l’infanzia della sua dimensione biologica e motoria primaria?

Eppure, l’attenzione dello Stato sembra accanirsi contro chi sceglie la libertà biologica, ignorando invece situazioni di reale sfruttamento minorile o di alienazione tecnologica massiva.

Il caso della Famiglia del Bosco, secondo la Iannetti, è diventato funzionale a logiche politiche che trascendono la famiglia stessa, inserendosi in un momento storico di forti tensioni sulla riforma della giustizia.
La risposta della politica — l’invio di ispettori — viene definita “inutile” se non si cambia la sostanza della legge.

La proposta è chiara: riformare i percorsi universitari e i criteri di idoneità per chi deve valutare la vita degli altri. Un assistente sociale o un giudice che non conosca l’epigenetica, la psicobiologia e le neuroscienze dell’attaccamento non dispone degli strumenti culturali necessari per prendere decisioni che cambieranno per sempre il destino biologico di un minore.

Il dramma della madre, Katherine, descritta spesso come “oppositiva” dalle relazioni ufficiali, viene riletto dalla Iannetti come la naturale e sana reazione di una donna intelligente e volitiva che vede il proprio nucleo vitale aggredito da uno Stato percepito come pericoloso.
La vicenda della Famiglia del Bosco non è solo una cronaca di provincia, ma un monito per la società intera.
Se non riportiamo la scienza del benessere biologico e dell’attaccamento al centro del diritto, rischiamo di continuare a produrre traumi in nome di una “protezione” che, nei fatti, si rivela essere la forma più grave di violenza istituzionale.
La salute non è assenza di malattia, ma armonia tra ambiente, mente e corpo: un’armonia che, in questo caso, è stata spezzata dalla burocrazia.

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