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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

L’ANTICRISTO SECONDO PETER THIEL MAGNATE DELLA SILICON VALLEY

C’è qualcosa di profondamente emblematico – e per certi versi inquietante – nel fatto che una delle figure più controverse della Silicon Valley scelga proprio Roma, cuore simbolico della cristianità, per parlare di anticristo.
Non si tratta di una provocazione casuale, né di un semplice esercizio intellettuale.
È, piuttosto, un segnale. Un indizio di come le nuove élite tecnologiche stiano progressivamente appropriandosi di linguaggi, simboli e categorie che per secoli sono appartenuti alla teologia, alla filosofia e alla tradizione spirituale dell’Occidente.

Il protagonista di questa vicenda è Peter Thiel, magnate, cofondatore di PayPal, primo investitore esterno di Facebook e, soprattutto, figura chiave dietro Palantir Technologies. Un nome poco noto al grande pubblico italiano, ma centrale nella ridefinizione degli equilibri tra tecnologia, potere e controllo.

Thiel non è soltanto un imprenditore. È, per formazione e inclinazione, un pensatore ibrido: laureato in filosofia, giurista, teorico del potere e – sempre più – interprete di una visione che potremmo definire “tecnoteologica”. La sua ossessione per la figura dell’anticristo non è folklore, ma parte di una costruzione ideologica più ampia, in cui tecnologia, escatologia e geopolitica si intrecciano.

I seminari che ha tenuto recentemente a Roma – blindatissimi, accessibili solo a una ristretta cerchia di invitati e protetti da accordi di riservatezza milionari – contribuiscono ad alimentare un’aura di mistero.
Niente telefoni, niente appunti, nessuna registrazione. Una strategia che, oltre a garantire controllo, funziona come sofisticata operazione di marketing: più il contenuto è invisibile, più cresce la sua potenza narrativa.

E tuttavia, qualcosa filtra. E ciò che emerge è tutt’altro che marginale.

Per comprendere la visione di Thiel, occorre tornare a una fonte filosofica precisa: Vladimir Solov’ëv, autore de I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo. In quest’opera, pubblicata nel 1899, l’anticristo non è più un mostro, ma un benefattore. Un filantropo carismatico, colto, seducente. Un leader capace di conquistare le masse non con la forza, ma con il consenso.

Questa reinterpretazione rompe con la tradizione iconografica classica e introduce un elemento decisivo: il male può presentarsi sotto forma di bene.

Thiel riprende questa intuizione e la trasporta nel presente. Nella sua lettura, l’anticristo non è necessariamente una persona, ma una dinamica. Un principio. Un sistema che si manifesta attraverso ciò che limita il progresso, che impone vincoli, che introduce freni – in particolare all’intelligenza artificiale e allo sviluppo tecnologico. Ed è qui che emerge il paradosso.

Thiel, attraverso Palantir, ha contribuito a costruire una delle più sofisticate infrastrutture di sorveglianza globale. I suoi software sono stati utilizzati da agenzie governative, apparati militari e sistemi di intelligence. Strumenti capaci di analizzare enormi quantità di dati, individuare pattern, anticipare comportamenti.

Eppure, lo stesso Thiel si presenta come critico di un futuro dominato dal controllo e da un presunto “ordine mondiale” che minaccerebbe la libertà.

La contraddizione è evidente: colui che incarna il potere tecnologico denuncia il rischio del potere tecnologico.

In questa inversione si può leggere un meccanismo ben noto nella teoria del capro espiatorio di René Girard: il nemico viene costruito come incarnazione del male per legittimare la propria posizione. Nel caso di Thiel, il “nemico” diventa chi invoca limiti etici, regolamentazioni, controllo democratico sul progresso tecnologico.

Non è un caso che questi discorsi emergano in un contesto storico segnato da tensioni geopolitiche, crisi ambientali e accelerazione tecnologica. In momenti di incertezza, il linguaggio apocalittico torna a essere centrale. L’idea della “fine dei tempi” – o quantomeno di una trasformazione radicale – diventa una lente attraverso cui interpretare il presente.

L’anticristo, in questa prospettiva, non è solo una figura religiosa, ma un dispositivo narrativo. Un modo per dare forma alle paure collettive: il collasso ambientale, l’intelligenza artificiale fuori controllo, la perdita di autonomia umana.

Thiel intercetta e rielabora queste paure, proponendo una lettura in cui il vero pericolo non è l’eccesso di tecnologia, ma la sua limitazione. Non il potere, ma il suo contenimento.

Il discorso si inserisce in un contesto più ampio: quello del transumanesimo, corrente che vede nella tecnologia la possibilità di superare i limiti biologici dell’essere umano. Una visione che, di fatto, sostituisce la salvezza religiosa con una promessa tecnologica.

In questo scenario, le élite della Silicon Valley non si limitano a produrre strumenti, ma elaborano visioni del mondo. Nuove cosmologie. Nuove escatologie.

La figura del “tecnoteologo” diventa allora centrale: qualcuno che non solo costruisce il futuro, ma ne interpreta il senso.

La scelta di Roma non è neutrale. Parlare di anticristo a pochi passi dal Vaticano significa entrare in un territorio carico di storia, simboli e autorità spirituale. È un gesto che può essere letto come sfida, provocazione o tentativo di legittimazione.

Ma è anche un segnale di una trasformazione più profonda: il trasferimento del discorso sul senso ultimo dell’esistenza – un tempo monopolio della religione – verso nuovi centri di potere.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Critiche, polemiche, proteste – soprattutto negli Stati Uniti – accompagnano da tempo le iniziative di Thiel. In Italia, il dibattito è appena iniziato, ma difficilmente potrà restare marginale.

Il punto non è stabilire se le sue tesi siano corrette o meno. Il punto è riconoscere che queste narrazioni contribuiscono a plasmare l’immaginario collettivo. A definire ciò che consideriamo possibile, desiderabile, inevitabile.

In ultima analisi, la figura dell’anticristo – reinterpretata in chiave tecnologica – diventa uno specchio. Riflette le tensioni del nostro tempo: tra libertà e controllo, progresso e limite, umano e post-umano.

E forse la domanda più rilevante non è “chi è l’anticristo?”, ma: chi ha il potere di definirlo?

Perché, in un’epoca in cui le narrazioni sono strumenti di potere, stabilire cosa è bene e cosa è male non è più solo una questione morale o teologica. È una questione politica. E, sempre più, tecnologica.

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