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Su Fabbrica della Comunicazione, la rubrica Approfondimento Stoico è a cura dello scrittore ed antifilosofo Michele Putrino e Beatrice Silenzi, direttore responsabile.

TERZA GUERRA MONDIALE O COLLASSO DEL SISTEMA?

Viviamo un tempo che non ha più il volto rassicurante della stabilità.
È una percezione diffusa, quasi epidermica: basta osservare il linguaggio quotidiano, le conversazioni tra amici, il tono dei media. La parola che ritorna con maggiore frequenza è una sola — paura.
Paura di una guerra più ampia, paura di un’escalation irreversibile, paura di un sistema globale che sembra sfuggire al controllo umano.

È dentro questa cornice che si inserisce la riflessione di Michele Putrino, che propone una lettura radicale della contemporaneità: non siamo più dentro un semplice equilibrio geopolitico tra potenze, ma immersi in ciò che definisce una “mega-macchina”.
Un sistema tecnologico-industriale globale che non risponde più all’uomo, ma al contrario lo ingloba, lo utilizza, lo trasforma.

Secondo questa prospettiva, la società contemporanea ha superato una soglia critica. Non siamo più in un mondo in cui la politica guida la tecnologia e l’economia; accade il contrario.
Le classi dirigenti — che si trovino a Washington, Mosca o Pechino — non sono più autentici decisori, ma esecutori di una logica più ampia: quella dell’espansione del sistema.

È un passaggio cruciale. La tecnologia, l’industria, la finanza globale non sono più strumenti, ma infrastrutture autonome che richiedono crescita continua.
Un sistema che non può fermarsi: o si espande, o collassa.

Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. La dipendenza dai dispositivi digitali, l’impossibilità di vivere fuori dai circuiti bancari, la standardizzazione dei comportamenti.
Non si tratta di derive marginali, ma di segnali strutturali. L’uomo contemporaneo è sempre più integrato — e subordinato — a un ecosistema che lo precede e lo determina.

Da questa diagnosi derivano tre possibili scenari, che delineano un futuro tutt’altro che rassicurante.

Il primo scenario è quello del dominio totale. Una potenza — oggi identificabile nel sistema occidentale guidato dagli Stati Uniti — riesce a imporsi globalmente.
Il risultato non sarebbe una pace armoniosa, ma un mondo iper-controllato, in cui la tecnologia diventa lo strumento principale di gestione delle masse. Non più cittadini, ma esecutori. Non più individui pensanti, ma ingranaggi.

Il controllo non sarebbe esercitato con la forza visibile, ma attraverso reti digitali, algoritmi, piattaforme.
Una forma di censura silenziosa, più efficace di qualsiasi repressione esplicita. In questo scenario, il rischio non è solo politico: è antropologico. È la perdita dell’interiorità, della libertà di pensiero, della capacità critica.

Il secondo scenario è quello più immediatamente percepibile: il conflitto globale. Se il sistema dominante incontra ostacoli — Russia, Cina, Iran — e non riesce a integrarli, lo scontro diventa inevitabile.
In questo caso, la dinamica dell’escalation potrebbe condurre a una guerra su scala mondiale, con il rischio concreto dell’utilizzo di armi nucleari.

Non si tratta di fantascienza, ma di una possibilità reale, inscritta nella logica stessa del sistema. Quando l’espansione si blocca, la pressione aumenta.
E la storia insegna che, in simili condizioni, la guerra diventa uno strumento di riequilibrio.

Il terzo scenario, apparentemente più “moderato”, è quello dello stallo. Nessuna potenza prevale, il conflitto rimane latente, ma le tensioni persistono.
Tuttavia, questa condizione è intrinsecamente instabile. Il sistema globale, basato su flussi energetici, commerciali e finanziari interconnessi, non può sostenere a lungo una paralisi.

Basta osservare la fragilità di snodi strategici come lo Stretto di Hormuz per comprendere quanto sia precario l’equilibrio.
Pochi giorni di crisi possono alterare prezzi, approvvigionamenti, catene produttive. Mesi di stallo porterebbero a un collasso sistemico.

Di fronte a questi scenari, sorge spontanea una domanda: è possibile un accordo globale? Una convergenza per il bene comune?
La risposta proposta è netta: no.

Non per cinismo, ma per realismo antropologico. L’uomo — e ancor più le strutture di potere — agisce secondo una logica di espansione della propria potenza. Ogni accordo nella storia è stato, in realtà, il risultato di un rapporto di forza: il vincitore impone, il perdente accetta.

Gli esempi storici sono evidenti.
I grandi trattati non sono mai stati veri compromessi tra pari, ma formalizzazioni di un dominio. Pensare a un accordo globale equo significa ignorare la natura stessa delle dinamiche di potere.

La risposta stoica: non cambiare il mondo, ma sé stessi. 
È qui che entra in gioco lo stoicismo, non come filosofia astratta, ma come pratica esistenziale. Non promette di cambiare il mondo — sarebbe un’illusione — ma offre strumenti per non esserne schiacciati.

Il punto di partenza è una virtù fondamentale: la verità. Guardare la realtà senza filtri, senza edulcorazioni, senza autoinganni. È un passaggio doloroso, ma necessario. Come in una celebre scena di Matrix, aprire gli occhi significa soffrire — ma è l’unico modo per vedere.

Lo stoicismo invita a un cambiamento radicale di prospettiva: smettere di cercare sicurezza nelle strutture esterne e iniziare a costruire una solidità interiore. Non avere paura della sofferenza, della perdita, nemmeno della morte. Non perché siano irrilevanti, ma perché inevitabili.

In un mondo che tende al controllo o al caos, la vera libertà diventa interiore.

Una delle intuizioni più rilevanti riguarda il legame tra impotenza e malessere. L’essere umano ha bisogno di percepire una forma di potenza — anche minima — sulla propria vita. Quando questa possibilità viene meno, emerge la depressione, l’angoscia, il senso di inutilità.

È ciò che accade oggi su larga scala. L’individuo si sente sempre più dipendente, sempre meno incisivo. Le decisioni si spostano altrove, le dinamiche diventano incomprensibili, le possibilità di azione si riducono.

Da qui l’esplosione di disagi psicologici, l’abuso di psicofarmaci, la diffusione di dipendenze. Non sono fenomeni isolati, ma sintomi di una condizione strutturale.

Restare in piedi tra le macerie è la conclusione, tanto semplice quanto esigente: non esiste una via di fuga collettiva immediata. Non esiste un “salvatore”, né una rivoluzione imminente che possa invertire il corso degli eventi.

Essere lucidi, non fuggire nella speranza illusoria, non rifugiarsi nell’autoinganno. Costruire una forza interiore che permetta di attraversare anche scenari difficili senza perdere sé stessi.

È una prospettiva dura, priva di consolazioni facili. Ma, proprio per questo, profondamente necessaria.

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