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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
CASO EPSTEIN. LE NUOVE CREPE
Il caso Jeffrey Epstein continua a produrre onde lunghe che attraversano politica, finanza e aristocrazie internazionali.
Non si tratta più soltanto di un’inchiesta giudiziaria su abusi e traffici illeciti, ma di una lente attraverso cui osservare i meccanismi profondi del potere contemporaneo.
Le ultime vicende – dalla perquisizione della banca Rothschild & Co a Parigi alle nuove accuse che coinvolgono il Principe Andrea – mostrano come la rete costruita da Epstein non sia un relitto del passato, bensì una struttura ancora in grado di rivelare connessioni scomode.
La perquisizione nei locali del gruppo Rothschild, uno dei simboli storici della finanza globale, segna un passaggio simbolico importante.
L’indagine per corruzione e complicità che coinvolge l’ex diplomatico Fabrice Aidan apre scenari che vanno ben oltre il singolo caso.
Aidan, già al centro di polemiche per i suoi legami con Epstein, avrebbe agito come intermediario in una rete di scambio di informazioni sensibili, confermando un aspetto spesso sottovalutato: Epstein non era solo un predatore sessuale, ma anche – e forse soprattutto – un nodo strategico di relazioni, un facilitatore capace di mettere in contatto élite diverse.
Questa dimensione “informazionale” del sistema Epstein emerge con forza dai documenti più recenti. Il finanziere americano utilizzava relazioni personali, favori e accessi privilegiati per costruire una vera e propria infrastruttura di scambio.
Non era necessario, nella maggior parte dei casi, ricorrere al ricatto esplicito: bastava il vincolo della reciprocità, della gratitudine, della complicità. In questo senso, la figura di Epstein si avvicina più a quella di un broker relazionale che a quella di un semplice criminale.
Il coinvolgimento di ambienti legati ai Rothschild, in particolare attraverso rapporti informali con figure come Ariane de Rothschild, contribuisce a incrinare ulteriormente il mito dell’intoccabilità delle grandi dinastie finanziarie.
Per decenni, queste famiglie sono state percepite come entità quasi sovrumane, capaci di operare al di sopra delle regole comuni. Eppure, proprio il caso Epstein dimostra il contrario: nessun sistema è immune quando le sue contraddizioni emergono con sufficiente forza.
Parallelamente, il filone britannico continua a svilupparsi con nuove implicazioni per il Principe Andrea.
Già travolto dallo scandalo legato a Virginia Giuffre, il duca di York si trova ora nuovamente al centro di testimonianze che riaprono il dossier.
La comparsa di nuove accuse sotto giuramento conferma una dinamica ricorrente: i casi non si esauriscono, ma si stratificano nel tempo, producendo una pressione costante sulle istituzioni coinvolte.
Il destino del Principe Andrea appare emblematico. Protetto per anni all’interno della monarchia britannica, ha progressivamente perso il suo status con il venir meno delle coperture politiche e familiari.
Dopo la morte della regina Elisabetta II, il sistema di protezione si è indebolito, trasformandolo in un “ramo secco” sacrificabile. È una dinamica tipica dei sistemi complessi: quando un elemento diventa troppo ingombrante, viene espulso per preservare l’equilibrio generale.
Questa logica del sacrificio selettivo emerge anche in altri contesti europei, dove arresti, indagini e fughe di notizie sembrano seguire un copione preciso.
Il sistema non si autodistrugge, ma si autorigenera, eliminando le componenti più esposte per mantenere intatta la propria struttura. In questo senso, il caso Epstein non rappresenta una frattura definitiva, bensì un momento di riassestamento.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda il ruolo delle donne coinvolte, da Sarah Ferguson a figure politiche di primo piano come Hillary Clinton.
Le dichiarazioni pubbliche rilasciate negli ultimi mesi mostrano una strategia comunicativa difensiva che oscilla tra negazione e minimizzazione. Tuttavia, la quantità di prove documentali – email, inviti, testimonianze – rende sempre meno credibile la narrazione dell’ignoranza.
È difficile sostenere che personalità inserite nei più alti livelli del potere globale non fossero a conoscenza della condotta di Epstein, soprattutto dopo il suo primo arresto nel 2008.
La persistenza dei rapporti anche negli anni successivi suggerisce una scelta consapevole: ignorare ciò che era evidente per convenienza, opportunità o interesse.
Questo elemento introduce una riflessione più ampia sul rapporto tra potere e percezione pubblica.
Negli ultimi decenni, l’immaginario collettivo ha contribuito a costruire una rappresentazione quasi mitologica delle élite, attribuendo loro capacità straordinarie e un’intelligenza superiore.
Il caso Epstein, invece, restituisce un’immagine diversa: quella di individui spesso goffi, contraddittori, talvolta mediocri, ma inseriti in sistemi che amplificano il loro potere.
Decostruire questo mito significa anche recuperare una dimensione di responsabilità collettiva. Se le élite non sono onnipotenti, allora possono essere chiamate a rispondere delle proprie azioni.
In questo senso, il ruolo dei media e del giornalismo diventa centrale. Non basta raccontare lo scandalo: è necessario mantenere alta la pressione, evitare che l’attenzione si disperda e chiedere conseguenze concrete.
Il confronto tra Stati Uniti ed Europa è, da questo punto di vista, significativo. Negli USA, il caso Epstein sembra essersi progressivamente dissolto in una serie di audizioni inconcludenti e polemiche politiche.
In Europa, invece, si registra almeno un tentativo di attivazione giudiziaria, sebbene i risultati restino incerti. È una differenza che solleva interrogativi sulla capacità dei sistemi democratici di affrontare realmente le proprie zone d’ombra.
In definitiva, il caso Epstein continua a funzionare come un dispositivo di rivelazione.
Non tanto perché sveli segreti completamente sconosciuti, ma perché rende visibili dinamiche che spesso preferiamo ignorare: la permeabilità tra potere economico e politico, la fragilità delle istituzioni, la complicità silenziosa che tiene insieme interi sistemi.
La domanda che resta aperta è se questa nuova fase porterà a un cambiamento reale o se, come spesso accade, tutto verrà assorbito e normalizzato.
Molto dipenderà dalla capacità dell’opinione pubblica e dei media di non voltarsi dall’altra parte. Perché, al di là dei nomi e degli scandali, il vero nodo non è Epstein, ma il sistema che lo ha reso possibile.
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