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La rubrica Libero Pensiero – a cura di Beatrice Silenzi giornalista e direttore responsabile – ospita il coach Ajad Carrodano, esperto di Ikigai.

IKIGAI. IL METODO PER RAGGIUNGERE LA FELICITÀ

In Giappone, Ikigai, una parola antica, nata nella cultura nipponica, soprattutto nell’arcipelago di Okinawa, oggi viene utilizzata nei corsi di crescita personale, nei seminari motivazionali e persino nelle aziende.
Ma dietro il successo quasi “modaiolo” del termine si nasconde una domanda molto più profonda: perché sempre più persone sentono il bisogno di cercare un senso alla propria esistenza?

Secondo Ajad Carrodano, coach che lavora proprio sul tema dell’Ikigai, il punto centrale è che l’Occidente ha progressivamente smarrito il rapporto con la propria interiorità.
Viviamo in una società estremamente performativa, organizzata attorno alla produttività, alla velocità e alla necessità di adattarsi a un sistema.

In questo contesto, fermarsi a chiedersi “che cosa amo davvero fare?” diventa quasi rivoluzionario. Ed è proprio questa, paradossalmente, la domanda più difficile.
Molti credono di sapere esattamente cosa desiderano.

In realtà, quando vengono messi davanti alla questione, scoprono di non avere una risposta chiara.
Non perché siano incapaci o privi di talento, ma perché spesso non hanno mai avuto lo spazio mentale, emotivo e culturale per riflettere davvero su se stessi. La società contemporanea forma lavoratori, consumatori, individui funzionali.
Molto meno spesso forma persone consapevoli della propria vocazione.

L’Ikigai, nella tradizione giapponese, non coincide semplicemente con il lavoro. Significa letteralmente “ciò che dà valore alla vita”.
Può essere una professione, ma può anche essere un’attività quotidiana, un legame affettivo, una missione personale. L’esempio più emblematico arriva proprio da Okinawa, una delle cosiddette “zone blu” del pianeta, luoghi in cui la concentrazione di ultracentenari è straordinariamente alta. Alcuni anziani, interrogati sul proprio Ikigai, rispondono con semplicità disarmante: “Prendermi cura dei miei bisnipoti”.

In Occidente, però, il concetto ha subito una trasformazione. È stato adattato alla nostra mentalità pragmatica e tradotto in un modello quasi strategico.
Il famoso diagramma dell’Ikigai — diviso tra ciò che ami, ciò che sai fare, ciò per cui puoi essere pagato e ciò di cui il mondo ha bisogno — è diventato uno strumento per orientarsi nella vita professionale e personale.

Non a caso, il tema esplode proprio in un’epoca di crisi identitaria diffusa.
Un dato citato durante la conversazione è particolarmente significativo: secondo uno studio Gallup pubblicato dal Sole 24 Ore nel 2023, soltanto il 4% degli italiani si sente realmente coinvolto dal proprio lavoro. Non felice.
Non realizzato. Semplicemente coinvolto.

È una percentuale bassissima che racconta un disagio collettivo profondo.
Per decenni ci è stato insegnato che il lavoro fosse inevitabilmente sacrificio.
Otto ore di fatica quotidiana in cambio di qualche frammento di tempo libero in cui dedicarsi a ciò che realmente ci piace.
Gli hobby diventano così l’unico spazio autentico dell’individuo, ma restano confinati ai margini della vita reale.

L’Ikigai prova invece a ribaltare questo paradigma. Non promette miracoli né scorciatoie motivazionali. Non dice che tutti possano diventare star, artisti o imprenditori milionari.
Propone qualcosa di più concreto: allineare il più possibile ciò che siamo con ciò che facciamo.

Naturalmente esistono limiti oggettivi. Talento, condizioni economiche, contesto sociale, meritocrazia imperfetta, nepotismi. Tutto questo continua a esistere. L’Ikigai non cambia il sistema. Cambia il modo in cui l’individuo si muove dentro il sistema.

Ed è qui che emerge una differenza culturale fondamentale tra Oriente e Occidente.
La cultura occidentale tende spesso al fatalismo pessimista: “Tanto non cambierà nulla”, “Non ce la farò mai”, “Non sono abbastanza”.
L’approccio orientale, invece, lavora maggiormente sull’idea del divenire: la vita non è statica, ma in continuo movimento. Le opportunità esistono, ma spesso non vengono riconosciute perché si è già deciso in partenza di essere destinati al fallimento.

Per questo il coaching legato all’Ikigai insiste molto sulla trasformazione del sogno in obiettivo concreto. Non basta desiderare qualcosa.
Occorre costruire una traiettoria. Una timeline. Un progetto nel tempo.

La frase attribuita a Walt Disney, citata durante l’intervista, riassume bene il concetto: “La differenza tra un sogno e un obiettivo è una data”.
Ed è forse proprio questo il punto centrale dell’intera riflessione: recuperare la responsabilità della propria esistenza.
In un’epoca di distrazione permanente, di notifiche continue e di identità frammentate, fermarsi a chiedersi chi siamo davvero diventa un atto quasi controculturale.

L’Ikigai, al di là delle formule motivazionali e dei diagrammi diventati virali sui social, sembra allora ricordarci una verità molto semplice: nessun sistema, nessuna istituzione e nessuna società potranno mai sostituirsi completamente alla responsabilità che abbiamo verso noi stessi.

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