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Su Fabbrica della Comunicazione, la rubrica Politicamente è a cura dello scrittore e storico Paolo Borgognone che commenta con Beatrice Silenzi fatti di attualità, politica e geopolitica.

BOARD OF PEACE. ITALIA TRA DUE PADRONI E LE STRATEGIE DI TRUMP

Il panorama geopolitico mondiale sta attraversando una fase di trasformazione radicale, segnata da un passaggio netto dal diritto internazionale formale a una gestione “privatizzata” e muscolare dei rapporti tra Stati.
È questo il fulcro della riflessione emersa nell’intervista tra Beatrice Silenzi e l’esperto di geopolitica Paolo Borgognone, che tratteggia un quadro inquietante e complesso: un mondo dove le vecchie istituzioni, ONU in testa, appaiono ormai come gusci vuoti, sostituite da nuovi club esclusivi e strategie imperiali.

Al centro della nuova agenda di Donald Trump si staglia il cosiddetto Board of Peace. Non si tratta di una semplice iniziativa diplomatica, ma di una vera e propria “prova generale per la privatizzazione delle relazioni internazionali”.
L’idea di Trump è quella di creare un ufficio operativo, un club di nazioni che, previo pagamento di una quota e su invito, delinei le linee guida della politica estera mondiale.
Borgognone evidenzia come questo organismo miri a scavalcare definitivamente un’ONU già evanescente, sostituendo la legalità internazionale con gli interessi diretti dei partecipanti.

Curioso è il posizionamento degli attori globali: se paesi come Bielorussia, Ungheria e Vietnam hanno già risposto all’appello, la Russia di Putin gioca di sponda, proponendo di pagare la propria quota attraverso lo scongelamento dei beni russi sequestrati dagli USA.
Un paradosso che evidenzia come la diplomazia stia diventando una transazione finanziaria e strategica di alto livello.

In questo scenario, la posizione dell’Italia appare quanto mai fragile. Il nostro Paese si trova stretto in una morsa tra il “trampismo” di una parte della coalizione di governo e il globalismo europeo e britannico dell’altra.
Borgognone non usa mezzi termini: l’Italia patisce una condizione di subalternità strutturale. “Non si può essere servi di due padroni”, afferma l’esperto, descrivendo l’impasse diplomatica italiana come una “notte insonne” in cui ogni scelta rischia di inimicarsi un alleato potente.

Mentre i cosiddetti “sovranisti” al governo cercano di barcamenarsi per non scontentare né Washington né Bruxelles, il Paese sembra sprofondare in una crisi interna che tocca trasporti, sanità e scuola. La politica estera italiana, anziché imprimere un’agenda, sembra ridotta a subire ricatti “semi-mafiosi”, dove il rifiuto di una proposta internazionale può portare a ritorsioni future che una nazione non sovrana non è in grado di parare.

L’analisi si sposta poi sulle aree di crisi. Nonostante l’immagine di Trump come leader imprevedibile e istrionico, Borgognone sottolinea come la sua amministrazione sia pesantemente influenzata dai “Neocon” (neoconservatori), figure come Marco Rubio e Lindsey Graham, eredi della strategia bellicista che portò alla guerra in Iraq nel 2003.

Questi attori spingono per un’escalation continua. Se da un lato si parla delle mire quasi surreali sulla Groenlandia o dell’estromissione di Maduro in Venezuela (operazione avvenuta, secondo Borgognone, con una sorta di “silenzio-assenso” di Russia e Cina), dall’altro resta altissimo il rischio di un attacco devastante all’Iran.
Un conflitto con Teheran non sarebbe solo una catastrofe umanitaria, ma provocherebbe uno shock petrolifero mondiale a causa della chiusura dello stretto di Ormuz, mettendo in crisi persino gli alleati arabi degli Stati Uniti.

Anche il conflitto in Ucraina viene riletto sotto una luce economica brutale. Borgognone riferisce di accordi tra Trump e Zelensky che avrebbero già consegnato l’80% delle terre rare e delle risorse produttive ucraine sotto il controllo indiretto americano.
La guerra, dunque, non è solo una questione di confini, ma di accaparramento di asset strategici.

Infine, lo sguardo si volge a Pechino. La Cina, conscia del gioco americano, sembra muoversi con estrema cautela. Trump, secondo Borgognone, starebbe tentando di provocare la Cina su Taiwan per spingerla a un intervento militare, creando così un “nuovo scenario ucraino” nel Pacifico per indebolire internamente il dragone. Tuttavia, Taiwan non ha alcun interesse a dichiarare un’indipendenza formale che già possiede nei fatti, evitando così di cadere nella trappola che darebbe agli USA il pretesto per una guerra per procura.

Il quadro delineato da Borgognone è quello di una geopolitica dominata dalla forza e dal pragmatismo cinico.
Tra megalomania e necessità economiche, gli Stati Uniti cercano di ridisegnare le sfere d’influenza globale, mentre le altre potenze osservano o partecipano per convenienza, spesso ignorando deliberatamente i principi del diritto internazionale.
In questo “Risiko” di nuova generazione, l’Europa e l’Italia restano spettatori paganti, incapaci di ritagliarsi un ruolo autonomo in un mondo che ha smesso di seguire le regole scritte per affidarsi a quelle dei “club” privati.

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