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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
CASO EPSTEIN. DAI FiLES CLONAZIONE E TRANSUMANESIMO
Il caso di Jeffrey Epstein è tutt’altro che archiviato. Anzi, i nuovi rilasci documentali – culminati il 30 gennaio 2026 con una mole di milioni di file – riaprono una vicenda che va ben oltre il profilo criminale del singolo uomo. Siamo di fronte a un sistema, a una rete, a un ecosistema di potere che intreccia finanza globale, politica, diplomazia, accademia e persino ricerca scientifica di frontiera.
Al centro del dibattito c’è il volume “Epstein Files” di Enrica Perucchietti, un lavoro di analisi e traduzione dei documenti che si propone di andare oltre il sensazionalismo. Non un elenco di nomi per alimentare il gossip giudiziario, ma una ricostruzione sistemica di ciò che emerge da email, fatture, atti giudiziari, scambi interni e documenti federali.
Nel solo ultimo rilascio si parla ufficialmente di tre milioni di file. Un numero impressionante che, però, va contestualizzato: molte comunicazioni risultano duplicate, replicate più volte, disperse in modo disordinato.
La struttura stessa dell’archivio sembra progettata per rendere il lavoro di ricostruzione estremamente complesso.
Non solo. Secondo dichiarazioni istituzionali statunitensi, mancherebbero ancora milioni di documenti non pubblicati, inclusi materiali video e immagini legati a contenuti di estrema violenza. Questo elemento introduce un tema centrale: la selettività del rilascio.
Chi decide cosa viene reso pubblico? E con quali criteri?
Già nel 2019, con l’arresto e la successiva morte in carcere di Epstein, l’attenzione globale si era concentrata sulla presunta “lista clienti”, poi ufficialmente ridimensionata dal Federal Bureau of Investigation e dal Dipartimento di Giustizia.
Eppure, le nuove carte mostrano una trama ben più articolata: non una lista monolitica, ma un reticolo di relazioni, frequentazioni, scambi di favori e protezioni trasversali.
Ridurre Epstein a un predatore sessuale dotato di immense risorse economiche significa semplificare eccessivamente il quadro.
Le email e i documenti mostrano un uomo inserito stabilmente nei salotti della finanza internazionale, a contatto con capi di Stato, diplomatici, magnati, accademici e scienziati di primo piano.
Alcuni nomi storicamente associati alla sua ascesa – come Les Wexner, fondatore di Victoria’s Secret – ritornano nel materiale documentale. Ma il punto non è la singola frequentazione: è il sistema di collusioni, coperture e opacità che avrebbe consentito a Epstein di operare per anni, nonostante indagini, accuse e testimonianze.
La questione cruciale, allora, non è soltanto “chi sapeva”, ma “chi ha permesso”. Chi ha chiuso un occhio? Chi ha beneficiato della sua posizione di snodo tra mondi apparentemente distanti – finanza, intelligence, politica, ricerca scientifica?
Il capitolo più inquietante: genetica, clonazione, transumanesimo
Tra gli aspetti più disturbanti che emergono dalle carte c’è il filone legato alla ricerca genetica e alle aspirazioni transumaniste di Epstein. Non si tratta più di indiscrezioni giornalistiche, ma di documenti: finanziamenti, fatture, email, progetti.
Secondo quanto ricostruito, Epstein avrebbe investito in ricerche sull’editing genetico, incluso l’utilizzo della tecnologia CRISPR, e in progetti legati alla clonazione.
L’ossessione dichiarata era duplice: prolungare la propria vita e generare figli con il proprio DNA attraverso un sistema quasi industriale di selezione femminile.
Il riferimento culturale immediato è Il mondo nuovo di Aldous Huxley, con la sua distopia biopolitica fondata sulla manipolazione programmata della nascita.
Ma qui non siamo nella letteratura: le email mostrano discussioni operative su laboratori, sperimentazioni animali, possibilità di aggirare normative nazionali spostando le ricerche all’estero.
Il coinvolgimento di ambienti vicini al transumanesimo – movimento che promuove il superamento dei limiti biologici umani attraverso la tecnologia – apre un ulteriore interrogativo: quanti altri finanziatori privati sostengono ricerche di questo tipo in aree grigie del diritto internazionale?
Il caso del ricercatore cinese che nel 2018 annunciò la nascita di bambine geneticamente modificate – episodio che scosse la comunità scientifica globale – dimostra che il confine tra sperimentazione teorica e applicazione concreta è più sottile di quanto si voglia ammettere.
In Italia, il dibattito mediatico si è concentrato soprattutto sui nomi illustri, sull’elemento scandalistico, sulla caccia alla fotografia compromettente.
Un approccio che produce picchi di attenzione ma scarsa comprensione strutturale.
Il rischio è quello dell’indigestione informativa: un’ondata di notizie, poi il silenzio. L’opinione pubblica si sposta su un altro caso, un altro scandalo, un’altra emergenza.
Ma il sistema rimane.
La vera questione non è se un determinato personaggio compaia o meno in una fotografia con Epstein. È comprendere il meccanismo di protezione reciproca, di scambio di informazioni sensibili, di intersezione tra potere economico e politico.
Se, come suggeriscono alcune carte, Epstein fungesse da facilitatore tra ambienti diversi – inclusi settori dell’intelligence – allora il quadro diventa geopolitico.
La morte di Epstein nel 2019 – ufficialmente suicidio – ha alimentato dubbi e teorie, ma al di là delle ipotesi resta un dato: con la sua scomparsa si è chiuso un canale diretto di responsabilità. Se fosse stato davvero un “nodo” di una rete più ampia, la sua eliminazione avrebbe anche significato neutralizzare un potenziale detonatore.
I nuovi documenti suggeriscono che il caso sia tutt’altro che concluso. Alcune figure politiche e diplomatiche avrebbero già subito ripercussioni reputazionali e istituzionali.
Tuttavia, la struttura profonda del sistema rimane in gran parte intatta.
La domanda che emerge non è più “chi era Jeffrey Epstein?”, ma “quale modello di potere rappresentava?”.
Un modello in cui il denaro apre porte ovunque: università prestigiose, fondazioni filantropiche, centri di ricerca, salotti diplomatici.
Un modello in cui la ricerca scientifica può diventare terreno di sperimentazione eticamente discutibile se sostenuta da capitali privati senza adeguata supervisione.
Il caso Epstein, alla luce degli ultimi rilasci, assume i contorni di una radiografia del potere contemporaneo.
Non solo abuso e perversione, ma ambizione prometeica, ossessione per l’immortalità, aspirazione a plasmare biologicamente il futuro.
In questo senso, il capitolo su genetica e transumanesimo non è un dettaglio marginale: è forse la chiave più inquietante.
Perché indica una traiettoria culturale diffusa tra alcune élite globali, convinte che la tecnologia possa ridefinire l’umano stesso.
Se così fosse, Epstein non sarebbe un’eccezione patologica, ma un sintomo estremo di una visione del mondo: quella in cui il potere economico pretende di riscrivere le regole della vita.
E finché l’attenzione resterà confinata al gossip e ai titoli ad effetto, la struttura profonda di quel sistema continuerà a operare lontano dai riflettori.
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