D.S.A. L’Europa Sfida le Big Tech

D.S.A. L’Europa Sfida le Big Tech

di BEATRICE SILENZI

Lo abbiamo aspettato con ansia e trepidazione ed anche il 25 agosto è passato e, al momento, nulla è accaduto, ma qualcosa di certo succederà.

Sì, perché il 25 agosto è stato il giorno in cui sono scaduti i termini (4 mesi) per l’adeguamento alle nuove regole europee sul digitale, altrimenti noto come Digital Services Act (DSA), da parte delle grandi piattaforme online designate dalla Commissione europea  e che da febbraio 2024, si applicherà anche alle piattaforme più piccole (per un totale di 10 mila).

La Legge sui servizi digitali, entrata in vigore già nel novembre 2022, prevede maggior tutela dei dati personali e pone limiti alla profilazione e alla riservatezza delle chat, garantendo maggiore trasparenza, sicurezza e responsabilità nei confronti degli utenti.

Il DSA mira, dunque, a regolare una vasta gamma di aspetti digitali, tra cui l’uso degli algoritmi, la moderazione dei contenuti online, la protezione dei minori e la lotta alla disinformazione, con l’obiettivo primario di creare un ambiente più sicuro ed equo per gli utenti, privo di abusi compiuti dalle grandi piattaforme.

La lista delle Big Tech (VLOP very large online platform) e dei motori di ricerca (VLOSE very large online search engine) che devono adeguarsi, include, tra gli altri, i nomi familiari di TikTok e Alibaba Express, (entrambe cinesi), Google, Facebook, Amazon, Instagram, LinkedIn, Snapchat, Youtube, Bing, X (alias Twitter), Pinterest, Booking, Wikipedia.

Piattaforme che offrono servizi ad almeno il 10 per cento della popolazione dell’UE, cioè a 45 milioni di persone, anche se Wikipedia ne dichiara 151 milioni e Google search ben 332 milioni!

È interessante notare che, tra queste, Zalando, con sede in Germania, è l’e-commerce che ha contestato la sua inclusione nell’elenco (come – del resto – ha fatto Amazon).

Eppure un senso ce l’ha.
Il DSA infatti si propone di limitare la profilazione online, garantendo maggiore trasparenza nell’uso degli algoritmi e questo significa che le aziende dovranno gestire pubblicità e procedure di ricorso, in modo chiaro e accessibile per tutti i fruitori.

Le piattaforme hanno avuto l’onere (sempre entro il termine ultimo di scadenza) di redigere un rapporto di valutazione dei rischi sistemici, che identificasse i potenziali pericoli all’interno delle stesse, stabilendo anche le priorità di intervento.

Certo, l’implementazione del DSA non è un compito facile e questo processo richiederà ulteriore tempo per entrare a regime (tempo, per altro, concesso).

E poi?
Se, a seguito di controllo vi saranno illeciti, l’applicazione della norma significherà multe – fino al 6 per cento del fatturato globale – quando non il blocco temporaneo dell’attività.

Tutte le piattaforme hanno l’obbligo di dotarsi di organismi che spieghino i motivi per cui un contenuto è stato posto in shadow banning o anche rimosso e devono gestire eventuali ricorsi degli utenti (che possono sempre rivolgersi a un giudice).

Questa è la storia. Di facciata.

In linea di massima, sembra che non ci sia nulla di scorretto o poco chiaro, eppure qualche considerazione vale la pena compierla, dal momento che il mainstream sembra aver dimenticato questa notizia.

Se n’è parlato pochissimo e, dove lo si è fatto, il plauso all’Unione europea – nel suo tentativo di voler creare maggiore  sicurezza e stabilità anche nella tecnologia della comunicazione – è stato totale.

  • La prima considerazione, seppur manifesta, è che il DSA rappresenta un ennesimo tentativo dell’Europa di controllare lo strapotere delle Big Tech statunitensi e cinesi.
  • La seconda riguarda l’oggetto stesso del DSA, concepito per bloccare la diffusione di contenuti dannosi o illegali, che, tuttavia, mette sullo stesso piano la lotta alla violenza online e i contenuti che incitano all’odio con quelli che parlano di disinformazione, come previsto al punto 91, che prevede meccanismi per ridurre i confini della libertà di parola, da attuare qualora si verifichino “circostanze eccezionali che comportino una minaccia grave per la sicurezza pubblica o per la salute”.

Viene specificato che si parla di “tempi di crisi” in cui “potrebbe essere necessario adottare con urgenza determinate misure specifiche. […] Tali crisi potrebbero derivare da conflitti armati, atti di terrorismo, catastrofi naturali quali terremoti e uragani, nonché pandemie e altre gravi minacce per la salute pubblica a carattere transfrontaliero.
La Commissione dovrebbe poter chiedere ai prestatori di piattaforme online di dimensioni molto grandi e ai prestatori di motori di ricerca online di dimensioni molto grandi, su raccomandazione del comitato europeo per i servizi digitali, di avviare con urgenza una risposta alle crisi.
Le misure che tali prestatori possono individuare e considerare di applicare possono includere l’adeguamento dei processi di moderazione dei contenuti e l’aumento delle risorse destinate alla moderazione dei contenuti, la promozione di informazioni affidabili”

Quanto previsto per la moderazione dei contenuti è quello che preoccupa maggiormante i content creators sul web.

Quei comunicatori che sono stati silenziati e censurati perché accusati di fare disinformazione, in tempo di emergenza sanitaria (e si sa, talvolta le cose possono ripetersi!)

  • L’ultima considerazione riguarda il ruolo dei “controllori” – i cosiddetti fact checkers – che hanno il compito di vigilare sulla correttezza delle informazioni e dei contenuti delle piattaforme.
    La facoltà di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso è stata attribuita in primo luogo alla Comitato europeo per i servizi digitali: un organo politico.

Da chi è composto? Quali le loro competenze? Sono persone indipendenti o fanno gli interessi di terzi?

E dunque.
– Il rischio è che analisi, studi scientifici, o semplici opinioni possano essere sottoposte al controllo di un organo politico.

– Il rischio è che ogni opinione che non rispecchi il pensiero dominante venga bollata come “disinformazione” ed eliminata.

– Il rischio è che si assista, impotenti, ad una chiara limitazione del diritto alla libera espressione democratica …in nome della sicurezza!

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