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La rubrica Libero Pensiero – a cura di Beatrice Silenzi giornalista e direttore responsabile – ospita l’avvocato Pier Luigi Fettolini
GIUSTIZIA E REFERENDUM. QUANDO LA PARTITA È TRUCCATA
Nel panorama politico e sociale contemporaneo, il voto è spesso presentato come il baluardo estremo della libertà individuale, un “diritto-dovere” ereditato dai sacrifici dei padri costituenti.
Tuttavia, per l’avvocato Pierluigi Fettolini, questa narrazione ha perso ogni aderenza con la realtà.
Fettolini delinea un quadro cupo ma lucido della democrazia italiana, definendo l’atto di votare non più come un esercizio di sovranità, ma come una “tenerezza immatura” paragonabile a chi cerca l’amore in contesti dove tutto è transazione e nulla è sentimento.
La sua tesi parte da una riflessione sull’esperienza e sull’evoluzione personale. Se a vent’anni il voto è vissuto con l’idealismo di chi crede di poter spostare gli equilibri del mondo, con il passare dei “chilometri sul contachilometri personale”, questa fiducia sembra svanire.
Non si tratta di semplice cinismo, ma di una presa di coscienza tecnica. Secondo l’avvocato milanese, il cittadino che oggi si reca alle urne sperando in un cambiamento sistemico ignora che il Paese è, di fatto, “al guinzaglio delle corporazioni internazionali”.
L’Italia, inserita in un reticolo di alleanze militari (NATO), vincoli economici (Unione Europea) e trattati internazionali, avrebbe perso la sua autonomia decisionale sui temi cruciali: l’economia, la difesa e le grandi direttrici sociali. In questo contesto, la tessera elettorale diventa un cimelio di un’epoca passata, e il voto una “pagliacciata” che serve unicamente a legittimare un sistema la cui agenda è già scritta altrove.
Analizzando i recenti quesiti referendari sulla giustizia, Fettolini solleva una critica metodologica e sostanziale. Da un lato, l’inaccessibilità tecnica della materia: le leggi sono scritte in un linguaggio “oscuro”, lontano dalla limpidezza della Costituzione del 1948, rendendo impossibile per l’uomo della strada una scelta consapevole.
Dall’altro, la natura stessa dei quesiti — come la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante — viene letta non come una riforma per il popolo, ma come una regolazione di conti interna ai piani alti del potere.
Il tentativo dell’esecutivo di limitare l’autonomia della magistratura è interpretato come una mossa per proteggere la classe politica da indagini scomode.
Tuttavia, Fettolini lancia una provocazione ancora più amara: il potere non ha bisogno di mettere il guinzaglio alla magistratura, perché quest’ultima se lo sarebbe già messo da sola.
Il punto di rottura definitivo, secondo l’analisi dell’avvocato, risale al periodo 2020-2022. L’avvocato parla apertamente di un “golpe giuridico”, un momento in cui gli articoli della Costituzione sono diventati “evanescenti” sotto il peso delle emergenze.
La critica più feroce è rivolta proprio a quei magistrati che oggi invocano l’indipendenza contro le riforme del governo, ma che nel triennio precedente sono rimasti silenti mentre i diritti fondamentali venivano calpestati.
“Dove erano questi giudici quando la Costituzione veniva calpestata?” si chiede Fettolini. La perdita di credibilità della magistratura deriva, a suo avviso, dall’aver abdicato al ruolo di garante super partes per diventare un ingranaggio della macchina statale.
Quando una categoria professionale — che sia quella dei medici, degli insegnanti o dei magistrati — smette di agire in vista di un fine superiore (l’etica, la salute, la giustizia) per limitarsi a “portare a casa lo stipendio” o evitare problemi, la democrazia svuota se stessa.
Un altro pilastro che crolla sotto i colpi dell’analisi di Fettolini è quello della “certezza del diritto”. Quello che dovrebbe essere un dogma del sistema legale si rivela, nella pratica, una finzione.
La giustizia è diventata soggettiva, dipendente dall’ideologia del giudice che si incontra in aula. Se un magistrato è impregnato di una certa visione del mondo, la sua sentenza rifletterà quel pregiudizio piuttosto che il dettato normativo.
Questa imprevedibilità del diritto rende il cittadino ancora più fragile. Se la legge non è più un terreno solido e uguale per tutti, ma un fango che si modella a seconda delle correnti politiche o personali, allora la partecipazione al sistema (attraverso il voto) diventa controproducente.
La posizione di Fettolini è radicale: l’unico modo per non perdere in una partita truccata è non sedersi al tavolo.
Astenersi dal voto non è un atto di pigrizia, ma un gesto di delegittimazione verso una “sovrastruttura” che non rappresenta più la volontà popolare.
Se l’agenda politica è dettata da entità sovranazionali e se la volontà dei cittadini su temi come la guerra o la spesa pubblica viene ignorata, allora il voto diventa l’ultima catena che lega il suddito al padrone, facendogli credere di essere ancora un cittadino.
In definitiva, l’appello che emerge da questa conversazione non è alla passività, ma a una consapevolezza disincantata. La “tenerezza” di chi va a votare deve lasciare il posto alla comprensione dei reali rapporti di forza che governano il mondo. Solo quando il velo dell’idealismo immaturo viene squarciato, si può iniziare a guardare la realtà per quella che è: un sistema complesso dove il diritto è diventato un’opinione e la democrazia un rito stanco celebrato in una nazione che ha ceduto le chiavi di casa.
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