Henry Kissinger. Il Machiavelli d’America.

Henry Kissinger. Il Machiavelli d’America.

di GIORGIO PANDINI

Lo dico subito. Non mi unirò alla numerosa serie di peana per la dipartita di Heinz Alfred Kissinger, cento anni compiuti lo scorso maggio, ex Segretario di Stato ed ex Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sotto le amministrazioni Nixon e Ford.

Autore della frase “il potere è il massimo afrodisiaco”, è considerato il Machiavelli d’America, astuto manipolatore e influente fino all’ultimo istante di vita, un autentico genio del male.

Nato in Germania da una famiglia ebreo-tedesca nel 1923, a causa delle persecuzioni naziste del 1938 Kissinger è costretto ad espatriare, prima a Londra, quindi a New York.

Qui dopo aver cambiato il proprio nome di battesimo in un più americano Henry, intraprende una brillante carriera scolastica, fino al 1943 quando viene arruolato nell’esercito degli Stati Uniti.

Presa la cittadinanza americana, viene rispedito in Germania come traduttore dal tedesco, per il controspionaggio ed anche in questo ruolo si distingue per zelo e intelligenza, ottenendo promozioni e riconoscimenti per il suo ottimo lavoro.

Nel 1947, a guerra finita, rientra negli USA, abbandonando l’esercito, per essere ammesso all’università di Harvard dove ottiene il dottorato (nel 1954) in Scienze Politiche e, successivamente, una cattedra (siamo nel 1962).

Ma è senza dubbio il ’55, l’anno che gli cambia la vita, grazie all’incontro con il miliardario Nelson Rockefeller, durante un seminario organizzato da quest’ultimo che subito intuisce le potenzialità (e l’ambizione) del giovane Henry.

Il magnate lo introduce nella cerchia dei consulenti politici dell’amministrazione Eisenhower, dando, di fatto, avvio a quella che sarà una carriera folgorante che lo porterà a collaborare, sempre in veste di consulente, anche con John Kennedy e Lyndon Johnson.

Durante la durissima campagna elettorale del 1968, funestata dai drammatici assassinii di Robert Kennedy e di Martin Luther King, Kissinger è nello staff dell’amico Rockefeller, contrapposto a Richard Nixon per la designazione a candidato repubblicano per la Presidenza.

E tuttavia, dopo la vittoria, è il neo Presidente Nixon a volere accanto a sé proprio Kissinger, per affidargli l’incarico di Assistente presidenziale per la sicurezza nazionale.

Da questo momento in poi Henry Kissinger – dotato di pragmatismo e scaltrezza, pari solo alla sua spregiudicatezza – diventa la vera eminenza grigia della politica internazionale USA, elaborando complesse strategie diplomatiche ed avvalendosi  anche di pratiche altamente “discutibili” (per usare un eufemismo).

Mi riferisco in particolare all’appoggio al golpe Cileno del 1973 da parte dei militari di Pinochet, che costa la vita al presidente Allende e del sospetto avallo del golpe argentino e la conseguente strage dei dissidenti.

Migliaia di persone sparite nel nulla senza lasciare traccia, in nome della lotta al comunismo ed al socialismo.

A tal proposito giova ricordare che nel 1975 minaccia esplicitamente l’onorevole Aldo Moro per il suo progetto politico di compromesso con il PCI (Partito Comunista Italiano) guidato allora da Enrico Berlinguer.

Durante il sequestro Moro – che avviene poco tempo dopo – viene spedito in Italia dali Stati Uniti, un funzionario del dipartimento di stato americano, tale Steve Pieczenik in qualità di consigliere di Andreotti e Cossiga, per la gestione della crisi, conclusasi con l’omicidio dello statista DC.

Kissinger si adopera per il disimpegno statunitense dalla guerra del Vietnam, per l’apertura delle relazioni con la Cina (allora completamente isolata dall’Occidente).

Vince addirittura un controverso premio Nobel per la Pace, con alcuni giudici che abbandonano il tavolo alla sua nomina in segno di dissenso!

Sopravvive incolume allo scandalo Watergate che costa la Presidenza a Nixon e si ricicla nell’amministrazione di Gerald Ford con un ruolo sostanzialmente immutato al precedente e nonostante la sua “vicinanza” al dimissionario Nixon.

Al termine del suo incarico, durante la presidenza Ford, Kissinger resta dietro le quinte della politica, in qualità di consulente, per le amministrazioni Reagan e Bush.

Da ultimo.

Tra i promotori (con Rockefeller) della Commissione Trilaterale – comitato sovranazionale che si propone di raccogliere le menti più brillanti provenienti dai continenti americano, europeo e asiatico (Giappone) per elaborare strategie internazionali di cooperazione tra i diversi Paesi –  Kissinger è sempre stato sostenitore di teorie che prevedono la diminuzione degli aspetti democratici in funzione di un sostegno al liberismo sfrenato ed al capitalismo, in cui un gruppo elitario elabora strategie economiche e criteri sociali che vengono successivamente dispensati alla massa.

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