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Su Fabbrica della Comunicazione, la rubrica Spazio Economico e Unione Europea è a cura dello scrittore ed esperto di economia Fabio Sarzi Amadè e Beatrice Silenzi, direttore responsabile.

La cosa che lega il caro energia, le tensioni geopolitiche, le scelte dell’Unione Europea e il trattato con il Mercosur è il fatto che le decisioni più importanti vengono prese lontano dai cittadini, spesso senza una vera trasparenza politica e con effetti molto concreti sulla vita quotidiana di famiglie e imprese.
Nell’analisi di Fabio Sarzi Amadè emerge con chiarezza una critica che non riguarda solo l’efficacia delle misure europee, ma anche la loro impostazione di fondo: il sospetto, sempre più forte, che l’interesse reale dei popoli europei venga spesso subordinato a logiche speculative, strategiche o industriali di altra natura.

Il primo terreno su cui questa contraddizione appare evidente è quello del gas. L’aumento dei prezzi dei carburanti, legato alle tensioni internazionali e in particolare all’instabilità in Medio Oriente, riporta immediatamente alla domanda che preoccupa milioni di cittadini: se sale il costo dell’energia alla pompa, saliranno inevitabilmente anche le bollette?
Il rischio, secondo Sarzi Amadè, è tutt’altro che remoto. E il punto decisivo è che questi rincari non sarebbero affatto solo il frutto di fatalità geopolitiche, ma anche di un sistema europeo che lascia ampio spazio alla speculazione.

Il cuore del problema è il TTF di Amsterdam, divenuto negli anni il principale hub di riferimento per il prezzo del gas in Europa.
Un mercato che, nato nei Paesi Bassi, è finito sotto il controllo di grandi soggetti finanziari internazionali e nel quale, come viene sottolineato, la gran parte delle operazioni non riguarda lo scambio fisico del gas, ma contratti finanziari, futures, derivati.
In altre parole, il prezzo che poi ricade sulle bollette degli europei è influenzato in misura enorme da dinamiche speculative. Il paradosso è evidente: mentre il future americano del gas naturale resta molto più basso, in Europa il prezzo schizza verso livelli ben superiori, con una forbice che non sembra giustificabile neppure tenendo conto di trasporto, rigassificazione e costi accessori.

Da qui nasce la denuncia più politica: l’Unione Europea, che pure interviene su una quantità sterminata di norme e regolamenti, non sceglie di colpire davvero la speculazione sul gas.
Si preferisce agire su elementi collaterali, come i tempi di riempimento degli stoccaggi, oppure continuare a insistere sulle quote di emissione di CO2, in un momento in cui molti Stati chiedono maggiore flessibilità per non aggravare ulteriormente il costo dell’energia.
Il risultato è una situazione in cui l’Europa appare rigida dove dovrebbe essere pragmatica e debole dove invece dovrebbe esercitare un controllo politico reale.

Il quadro si complica ulteriormente con il progressivo azzeramento delle importazioni di gas russo, deciso secondo una tabella di marcia che avrà conseguenze pesanti.
Da una parte il Medio Oriente resta una polveriera, dall’altra il canale russo viene chiuso definitivamente: una combinazione che espone l’Europa a nuovi squilibri e a una dipendenza ancora maggiore da altri fornitori, in particolare dagli Stati Uniti.
È questa, secondo l’analisi proposta, una delle grandi miopie strategiche dell’Unione: aver rinunciato a costruire una politica energetica davvero autonoma, lasciandosi schiacciare tra rigidità ideologica, pressione geopolitica e interessi di mercato.

Ma il problema europeo non si limita all’energia. Anzi, il discorso si allarga fino a toccare la qualità democratica del progetto comunitario.
Le tensioni tra Francia e Germania, i prestiti all’Ucraina, i pacchetti di sanzioni, il riarmo, i continui attriti con l’Ungheria di Orbán, il protagonismo spesso controverso di Ursula von der Leyen e di Kaja Kallas: tutto contribuisce a delineare un’Europa politicamente nervosa, opaca, sempre più attraversata da forzature istituzionali.
Colpisce, in questa lettura, soprattutto il metodo: decisioni prese con strumenti emergenziali, competenze spesso forzate, ruoli confusi, continue scorciatoie procedurali.
È un’Europa che formalmente resta dentro i trattati, ma che sostanzialmente dà l’impressione di comprimere gli spazi del controllo democratico.

Su questo sfondo si inserisce il nodo del Mercosur, destinato a incidere in modo diretto non solo sugli equilibri commerciali, ma anche sull’agricoltura, sulla filiera alimentare e sulla qualità dei prodotti che arrivano sulle tavole europee.
Qui il punto non è una generica opposizione al libero scambio. Sarzi Amadè riconosce che accordi di questo tipo possono aprire opportunità importanti per alcuni settori industriali europei.
Tuttavia, il problema è duplice: da un lato manca la piena reciprocità delle regole, dall’altro il percorso di approvazione dell’accordo appare come una forzatura politica.

La questione più delicata riguarda infatti la separazione artificiosa tra la parte commerciale del trattato e quella politico-cooperativa. La prima, rientrando nelle competenze esclusive europee, può essere resa operativa senza attendere la ratifica dei Parlamenti nazionali; la seconda invece richiede un passaggio ulteriore.
In questo modo, però, gli effetti concreti dell’accordo partono prima che il controllo democratico abbia completato il suo corso. È un precedente pesante, perché stabilisce un principio inquietante: l’attuazione delle norme può precedere la loro piena legittimazione politica.

Le conseguenze pratiche di tutto ciò non sono astratte. Riguardano, per esempio, l’ingresso nel mercato europeo di carni, cereali, frutta e altri prodotti ottenuti con standard sanitari, fitosanitari e ambientali diversi da quelli imposti ai produttori europei.
Ed è qui che la protesta degli agricoltori acquista un senso profondo: non si tratta solo di difendere un comparto economico, ma di chiedere equità, trasparenza e coerenza.
Perché imporre regole severe agli operatori europei e poi aprire a importazioni realizzate con criteri meno stringenti significa alterare la concorrenza e scaricare il costo di questa incoerenza sui produttori locali e sui consumatori.

In fondo, il punto centrale emerso in questo confronto è proprio questo: l’Unione Europea continua a proclamare valori alti — sostenibilità, diritti, trasparenza, democrazia — ma troppo spesso li applica in modo selettivo o contraddittorio.
E quando questa distanza tra principi e realtà diventa troppo evidente, la fiducia dei cittadini inevitabilmente si incrina.

Bollette più alte, prezzi che crescono, agricoltura sotto pressione, trattati opachi, istituzioni percepite come lontane: tutto contribuisce a un malessere che non è soltanto economico, ma profondamente politico. L’impressione finale è che l’Europa, oggi, non stia guardando abbastanza con gli occhi dei suoi cittadini. Ed è forse questa, più ancora delle singole crisi, la vera emergenza da affrontare.

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