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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

L’AGENTE AI E L’UMANIZZAZIONE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

L’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento.
È diventata una questione politica, economica, culturale e persino filosofica.
Lo dimostrano le discussioni che stanno animando il dibattito internazionale, dalle dichiarazioni del presidente argentino Javier Milei alle prese di posizione del Vaticano, passando per le strategie delle grandi aziende tecnologiche e i progetti governativi che prevedono un impiego sempre più esteso degli algoritmi nella gestione della sicurezza pubblica.

Tra le proposte che hanno suscitato maggiore attenzione c’è quella avanzata da Milei, che in un intervento pubblicato sul Financial Times ha ipotizzato il riconoscimento di una forma di personalità giuridica agli agenti di intelligenza artificiale.
Un’idea che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata fantascienza e che oggi viene invece discussa da economisti, giuristi e imprenditori.
L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di favorire l’innovazione e accelerare lo sviluppo di nuove forme di impresa, ma i critici vedono in questa prospettiva il rischio di una progressiva sostituzione dell’uomo con entità artificiali dotate di capacità operative sempre più avanzate.

A contestare questa visione è stato anche lo storico e filosofo Yuval Noah Harari, che ha messo in guardia contro la possibilità di consegnare quote crescenti di potere a sistemi non umani.
La questione non riguarda soltanto la tecnologia, ma il concetto stesso di responsabilità.
Se un agente artificiale compie un errore, prende una decisione dannosa o gestisce enormi quantità di dati personali, chi ne risponde?
E soprattutto: siamo pronti a riconoscere diritti a entità che non possiedono coscienza, empatia o senso morale?

Nel frattempo, il mercato sta spingendo sempre più verso la diffusione degli agenti AI, programmi capaci non solo di fornire risposte o generare testi, ma anche di svolgere compiti complessi in autonomia.
L’idea è semplice: delegare alle macchine attività che oggi richiedono l’intervento umano.
Segreteria, assistenza clienti, gestione documentale, ricerca di informazioni e perfino alcune funzioni decisionali potrebbero essere affidate a software sempre più sofisticati.
Tuttavia, la promessa di una riduzione del lavoro umano non sembra essersi concretizzata.
Molti osservatori sottolineano infatti come l’automazione stia producendo un effetto paradossale: non si lavora meno, ma spesso si lavora di più e in tempi più rapidi, con una crescente pressione sulle persone.

Esiste poi una dimensione meno visibile ma altrettanto importante: quella ambientale.
L’espansione dell’intelligenza artificiale richiede infrastrutture gigantesche, in particolare data center che consumano enormi quantità di energia e acqua.
Diverse associazioni ambientaliste hanno già evidenziato il problema, denunciando il rischio che la corsa all’AI produca un impatto ecologico difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
Dietro la comodità di un chatbot o di un assistente virtuale si nasconde infatti una rete di server che lavora incessantemente e che richiede risorse sempre maggiori.

Parallelamente cresce il tema della sorveglianza. In molti Paesi si discute della possibilità di utilizzare sistemi di intelligenza artificiale per supportare le forze dell’ordine.
Anche in Italia il dibattito è aperto. L’ipotesi è quella di impiegare algoritmi avanzati per analizzare dati, individuare comportamenti sospetti e migliorare la prevenzione dei reati.
I sostenitori ritengono che queste tecnologie possano aumentare la sicurezza; i critici temono invece una progressiva erosione della privacy e l’avvicinarsi di forme di controllo sociale sempre più pervasive.

Un altro fronte riguarda la qualità dell’informazione. Con il miglioramento delle tecniche di generazione di immagini, audio e video, distinguere il vero dal falso diventa sempre più difficile.
I cosiddetti deepfake possono essere utilizzati per creare contenuti estremamente realistici e capaci di influenzare opinioni, campagne elettorali e perfino relazioni internazionali.
Per questo motivo l’Unione Europea sta lavorando a sistemi di etichettatura obbligatoria dei contenuti realizzati con l’intelligenza artificiale.
L’obiettivo è garantire maggiore trasparenza e aiutare i cittadini a riconoscere ciò che è autentico da ciò che è stato generato artificialmente.

In questo scenario si inserisce anche la riflessione della Chiesa cattolica. Papa Leone XIV, attraverso l’enciclica Magnifica Umanitas, ha affrontato il tema dell’intelligenza artificiale da una prospettiva etica e antropologica.
Il documento non rifiuta la tecnologia in quanto tale, ma invita a interrogarsi sul suo utilizzo e sulle conseguenze che può avere sulla dignità umana.
Il punto centrale è che il progresso non può essere misurato esclusivamente in termini di efficienza o profitto. Deve essere valutato anche alla luce dei suoi effetti sulla libertà, sulle relazioni umane e sul bene comune.

La vera domanda, dunque, non è se l’intelligenza artificiale continuerà a svilupparsi. Questo processo è già in corso e appare irreversibile. La questione decisiva riguarda piuttosto il modello di società che intendiamo costruire.
Una società nella quale le macchine restano strumenti al servizio dell’uomo oppure un sistema nel quale gli algoritmi acquisiscono un ruolo sempre più autonomo e centrale nelle decisioni collettive.

La risposta non dipenderà dalla tecnologia, ma dalla capacità politica, culturale ed etica delle nostre società di governarla. Perché il futuro dell’intelligenza artificiale è, prima di tutto, una questione profondamente umana.

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