di GIORGIO PANDINI

Il Parlamento Europeo ha, di recente, emanato una direttiva che sancisce – per i consumatori finali – il cosiddetto “diritto alla riparazione”.

Di cosa si tratta?
In caso di guasto di un dispositivo, l’intento è quello di ridurre l’iter per procedere alla riparazione allo scopo di non essere costretti ad un nuovo acquisto.
Il primo provvedimento è un’ulteriore estensione della garanzia: aggiungendo un anno in più ai due di prassi, che tutti i produttori sono tenuti ad applicare ai prodotti.

Nei tre anni, gli utenti potranno così usufruire della riparazione in garanzia, sui guasti tecnici – che iproduttori non potranno rifiutare – o chiedere la sostituzione del dispositivo difettoso, anche con un prodotto ricondizionato.

La direttiva però si spinge oltre.
I produttori dovranno fornire assistenza ad un costo ragionevole (dichiarato sui propri siti web) e a fornire l’accesso ai pezzi di ricambio originali anche a riparatori indipendenti.
Saranno inoltre vietate clausole e cavilli contrattuali, in contrasto con i principi fissati dalla direttiva UE.

Sulle riparazioni fatte da aziende “indipendenti” – non effettuate da rivenditori e riparatori autorizzati – le case produttrici non potranno vietare l’utilizzo di pezzi di seconda mano originali, o compatibili, o addirittura stampati in 3D (sempre che rispondano a requisiti normativi europei).

Sembrerebbe una grande svolta, eppure qualcosa non è come dovrebbe.
Il gruppo Right to Repair Europe – che promuove tutte le iniziative di legge a sostegno delle riparazioni in opposizione alle politiche dei produttori – si dice moderatamente soddisfatto.

A suo avviso, infatti, la nuova direttiva appare un passo in avanti, ma  si poteva osare di più.

In primis, si poteva introdurre l’applicazione dell’estensione di garanzia a nuove categorie di prodotti (che non sono stati presi in esame).
Inoltre il testo fa riferimento solo ai consumatori finali e non anche agli acquisti compiuti dalle aziende, per le quali la norma non trova applicazione.

Altro punto dolente è dato dal mancato obbligo, per i produttori, di fornire ai riparatori indipendenti un accesso completo a pezzi di ricambio e informazioni allo scopo di incentivare il consumatore a non dover procedere a sostituire il dispositivo guasto.

Ma il dibattito che si sta svolgendo in Unione Europea è in corso, da tempo, anche negli USA: alcuni Stati hanno emesso leggi che vanno nella stessa direzione dell’UE come, ad esempio, la California che obbliga i produttori tenere in magazzino manuali e pezzi di ricambio fino a sette anni dall’uscita in commercio di prodotti il cui costo sia superiore a 100 dollari.

Ovviamente, la ratio alla base della nuova direttiva, oltre a promuovere un risparmio in termini di denaro per i cittadini europei è la riduzione dei rifiuti elettronici e, genericamente, delle emissioni di CO2 – cosa che, come sempre, è tutta da dimostrare.

Quello che non cambia è il fine: si prosegue spediti sul sentiero dell’ideologia green.
Stavolta senza insetti da mangiare, anche se, a mio parere, gli unici “bug” da digerire saranno quelli che spettano alle case produttrici di dispositivi elettronici.