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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

MELONI E DEEP FAKE.
QUANDO A.I. E IMMAGINE VALGONO PIÙ DELLE PAROLE

Una politica che nasce nelle copertine dei magazine, cresce sui social network e si consuma nell’arco di pochi giorni, divorata dalla velocità della comunicazione contemporanea è il punto di partenza del tema emerso: il dominio dell’apparenza nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Secondo Del Papa, oggi la politica non si costruisce più attraverso i contenuti, ma attraverso la presenza visiva. Le copertine delle riviste di moda, i servizi fotografici patinati, le interviste spettacolarizzate sono diventati strumenti di consenso tanto quanto i comizi o le campagne elettorali. “La politica è una processione di copertine”, afferma provocatoriamente, sottolineando come l’obiettivo sembri essere sempre meno quello di proporre soluzioni e sempre più quello di occupare lo spazio mediatico.

Il fenomeno riguarda trasversalmente molte figure pubbliche. La costruzione dell’immagine personale diventa una strategia politica vera e propria: look studiati, posture comunicative, narrazioni emotive.
L’identità pubblica viene modellata come un prodotto da vendere. E in questo processo il contenuto rischia di scomparire del tutto.
Ma il problema non è soltanto estetico.
Il punto critico emerge quando l’immagine smette di essere semplicemente uno strumento di comunicazione e diventa un’arma.

L’episodio del deepfake che ha coinvolto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stato letto da Del Papa come il segnale di una trasformazione molto più ampia e inquietante.
L’intelligenza artificiale consente ormai di manipolare fotografie, video e audio con un livello di realismo impressionante. La questione, allora, non è più distinguere il vero dal falso. È capire quanto il falso riesca comunque a produrre effetti reali.

Anche se un’immagine manipolata viene immediatamente smentita, infatti, il danno resta. Perché quella figura pubblica è stata comunque associata a un certo immaginario.
È la logica dell’insinuazione permanente: non importa che sia vero, importa che sia visibile.
In questo senso il deepfake rappresenta la nuova frontiera della guerra comunicativa. Non serve più distruggere fisicamente un avversario.
Basta delegittimarlo, ridicolizzarlo, deformarne la percezione pubblica. E la velocità della rete amplifica tutto in maniera incontrollabile.

Nel dialogo emerge anche un altro elemento fondamentale: il ritardo culturale della società rispetto alla tecnologia. Le innovazioni corrono a una velocità vertiginosa, mentre la mentalità collettiva resta fragile, emotiva, spesso primitiva.
È uno squilibrio enorme. Abbiamo strumenti potentissimi tra le mani, ma non possediamo ancora la maturità necessaria per gestirli.

Secondo Del Papa, questa distanza produce ansia, paranoia, aggressività sociale. La tecnologia evolve continuamente, mentre l’essere umano rincorre senza riuscire davvero a comprendere ciò che sta accadendo.
Ogni nuovo strumento apre possibilità immense ma anche nuove forme di controllo, manipolazione e dipendenza.

Ed è qui che il discorso si allarga ulteriormente. L’intelligenza artificiale non viene vista soltanto come una novità tecnica, ma come parte di un sistema più ampio di sorveglianza e gestione sociale.
La pandemia, i sistemi di controllo digitale, la raccolta dei dati, i meccanismi algoritmici: tutto viene interpretato come tassello di una trasformazione profonda del rapporto tra individuo e potere.

Il rischio, secondo questa lettura, è che la persona perda progressivamente autonomia, coscienza critica e persino identità.
La comunicazione continua, la pressione dell’immagine, la dipendenza tecnologica generano individui sempre più fragili e manipolabili.

Non a caso, nella parte finale della conversazione, il caso di Garlasco viene descritto come esempio perfetto della spettacolarizzazione totale della realtà.
Il delitto non è più soltanto una vicenda giudiziaria: diventa una narrazione infinita, un gioco mediatico, un prodotto televisivo. Opinionisti, influencer, social network e talk show trasformano il fatto di cronaca in intrattenimento collettivo.

La verità passa in secondo piano. Conta la narrazione. Conta il personaggio. Conta il coinvolgimento emotivo del pubblico.
È il trionfo definitivo della società dello spettacolo, dove tutto deve diventare contenuto, discussione permanente, esposizione continua. Anche il dolore. Anche la tragedia.

La sensazione finale è quella di vivere in un’epoca in cui il confine tra reale e artificiale si fa sempre più sottile. Da una parte la corsa ossessiva all’immagine perfetta, alla visibilità, alla copertina. Dall’altra la distruzione sistematica della reputazione attraverso strumenti tecnologici sempre più sofisticati.

E in mezzo restano i cittadini, travolti da un flusso incessante di immagini, insinuazioni, emozioni e paure. Una società iperconnessa ma sempre più disorientata, dove distinguere la realtà dalla rappresentazione sta diventando il vero problema del nostro tempo.

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