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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
MERITOCRAZIA E RELAZIONI. LEGAMI E COMPETENZE
Il sospetto spesso più che fondato è che il merito sia un concetto evocato più che praticato. Un principio declamato, celebrato persino istituzionalmente, ma che nella realtà dei fatti continua a cedere il passo a dinamiche più opache: relazioni personali, reti di influenza, opportunità difficilmente spiegabili.
Il caso che ha riacceso la discussione è quello che ruota attorno alla figura di una giovane presenza televisiva, salita rapidamente alla ribalta e finita al centro dell’attenzione mediatica per la sua relazione con un esponente di governo.
Un episodio che, al di là dei giudizi personali o morali, pone una questione più ampia: quanto contano davvero competenze e percorsi professionali nel determinare visibilità e successo?
La domanda non è nuova. Ma torna con forza ogni volta che si registra una discrepanza evidente tra esperienza e opportunità.
Quando una carriera appare improvvisamente accelerata, quando incarichi e presenze pubbliche si moltiplicano senza una chiara traiettoria precedente, il dubbio si insinua. E con esso, una percezione diffusa di ingiustizia.
Negli ultimi anni, il concetto di “merito” è diventato quasi una parola d’ordine.
È entrato nel lessico politico, nei programmi di governo, persino nelle denominazioni istituzionali. Eppure, proprio questa enfasi sembra evidenziare un paradosso: più se ne parla, meno appare radicato nella pratica.
La realtà racconta spesso altro. Racconta di carriere costruite non tanto sulla base delle competenze, quanto delle relazioni.
Racconta di ambienti – dalla politica ai media, fino allo sport – in cui l’accesso non è sempre trasparente. E racconta di una mobilità sociale che fatica a basarsi su criteri oggettivi.
Non si tratta di negare che esistano percorsi meritocratici. Ma di riconoscere che convivono con altri sistemi, meno dichiarati e più difficili da scardinare.
Il caso mediatico citato si inserisce in un contesto più ampio, in cui i confini tra politica, comunicazione e spettacolo appaiono sempre più porosi.
Figure che transitano da un ambito all’altro, visibilità che si costruisce attraverso connessioni, opportunità che emergono in modo non sempre lineare.
Non è un fenomeno esclusivamente italiano. Ma nel contesto nazionale assume caratteristiche peculiari, legate a una tradizione di intrecci tra potere e rappresentazione.
La televisione, in particolare, continua a essere un luogo privilegiato di legittimazione pubblica. E chi vi accede, spesso, beneficia di una visibilità che si traduce in ulteriori opportunità.
Il punto critico non è tanto la presenza di relazioni – inevitabili in qualsiasi sistema sociale – quanto la loro opacità.
Quando non è chiaro il criterio di selezione, quando il confine tra merito e favore si assottiglia, la fiducia nel sistema si erode.
Questa dinamica non riguarda solo la politica o i media. Anche il mondo dello sport, e in particolare il calcio, offre esempi emblematici.
La lunga crisi della nazionale italiana, culminata nell’assenza da due Mondiali consecutivi, ha alimentato interrogativi profondi sulla gestione del sistema.
Tra le accuse più ricorrenti c’è quella di un’eccessiva influenza degli interessi esterni: procuratori, equilibri politici, logiche di potere.
In questo scenario, la selezione dei talenti rischia di non essere più guidata esclusivamente da criteri tecnici, ma da dinamiche parallele.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema che fatica a rinnovarsi, che tende a riproporre gli stessi nomi, le stesse logiche, le stesse strutture.
Anche quando i risultati suggerirebbero la necessità di una discontinuità radicale.
Ogni crisi porta con sé l’invocazione di un cambiamento. Si parla di “ripartire da zero”, di rifondare, di azzerare. Ma spesso queste dichiarazioni restano tali. La cosiddetta “tabula rasa” si traduce, nei fatti, in una continuità mascherata.
Si cambiano le figure, ma non i meccanismi. Si sostituiscono i nomi, ma non le logiche. E così il sistema tende a perpetuarsi, adattandosi senza trasformarsi davvero.
È un fenomeno che riguarda non solo il calcio, ma l’intero assetto istituzionale e culturale. La difficoltà non è tanto individuare i problemi, quanto intervenire sulle cause profonde.
Alla base di tutto, c’è una questione culturale. In Italia, il rapporto con il merito è storicamente ambivalente. Da un lato, esiste una forte valorizzazione delle competenze e dell’eccellenza. Dall’altro, persiste una tolleranza diffusa verso pratiche che ne minano i presupposti.
Le relazioni personali, in questo contesto, assumono un ruolo centrale. Non necessariamente come strumenti di corruzione, ma come canali privilegiati di accesso. Una forma di capitale sociale che, in assenza di regole chiare e condivise, può diventare determinante.
Il problema non è la relazione in sé, ma la sua prevalenza rispetto ad altri criteri. Quando il sistema premia più il legame che la capacità, si genera una distorsione che penalizza chi non dispone delle stesse connessioni.
Le conseguenze di questo scenario sono evidenti. La prima è la perdita di fiducia nelle istituzioni e nei meccanismi di selezione. La seconda è la disillusione, soprattutto tra i più giovani, che faticano a riconoscere nel merito un reale strumento di avanzamento.
In un contesto del genere, il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso: meno fiducia, meno partecipazione, meno qualità complessiva. E, di conseguenza, una crescente difficoltà a competere a livello internazionale.
Il caso mediatico che ha riacceso il dibattito è solo l’ultima manifestazione di una questione più ampia. Non riguarda una singola persona, né un singolo episodio. Riguarda un sistema.
Un sistema che continua a oscillare tra dichiarazioni di principio e pratiche consolidate. Tra la retorica del merito e la realtà delle relazioni.
La sfida, oggi, è trasformare quella retorica in prassi. Rendere trasparenti i criteri di selezione, rafforzare i meccanismi di controllo, valorizzare realmente le competenze.
Non è un percorso semplice. Ma è probabilmente l’unico possibile, se si vuole evitare che il concetto di merito resti, ancora una volta, solo una parola.
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