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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
MISERIA, MASERATI ED EMPATIA DI PLASTICA
Cominciamo l’anno togliendo le maschere e, per una volta, mettiamo da parte le parolacce per chi ha la pelle troppo sottile. Ma attenzione: il prezzo del decoro formale è la verità nuda, quella che fa più male di un insulto.
Partiamo dall’ultimo capitolo di una farsa tragica: la strage del tugurio svizzero a Crans-Montana.
Quello che abbiamo visto non è stato il dolore, ma la sua mercificazione.
Abbiamo assistito a madri che, davanti alle bare dei figli bruciati vivi, accennavano coreografie, sorrisi, pubbliche relazioni da Rotary Club. Ci hanno detto che erano “sedate”. Ma sedate da cosa? Dall’LSD? No, la verità è che il dolore normale è stato sostituito da un tour: prima dal Papa, poi a Palazzo Chigi. Cosa cercano questi genitori? Giustizia o una candidatura?
Nessuno ha il coraggio di dire l’unica cosa sensata: la responsabilità.
Perché un genitore manda un quindicenne in un antro gestito da pregiudicati, in un altro Paese, dove un tavolo costa duemila euro e si stappano bottiglie da cinquecento? Si mandano i figli allo sbaraglio per alimentare l’invidia sociale, per dire “mio figlio c’era”.
E quando la tragedia accade, ecco che scatta il meccanismo del “perché, Signore?”.
Persino il Papa, nella sua evanescenza si accoda al coro dei lamenti di Giobbe invece di fare il pastore e richiamare alle responsabilità terrene.
A Crans-Montana non c’è il mistero del male, c’è la banale avidità: magistrati, banche e poteri locali che giocano a golf insieme mentre un tugurio infiammabile diventava una trappola mortale.
Se hai la Maserati, la giustizia ci pensa due volte prima di chiuderti dentro. Se sei un “Maranza” di stazione Termini, sei un mostro; se sei un criminale in giacca e cravatta che investe in bollicine invece che in estintori, sei un interlocutore.
Ma il virus della mancanza di logica non si ferma ai confini svizzeri.
Prendiamo il caso Pifferi, la “cannibala” che ha lasciato morire di fame e sete una bambina di 18 mesi. Niente ergastolo: 24 anni. La motivazione? Il “circo mediatico”. Siamo al delirio: un giudice ammette che la sentenza non si basa sul codice, ma sulla ricaduta pubblicitaria.
È la resa della magistratura di casta, che decide non in base al fatto, ma al riflesso che il fatto ha sullo schermo dello smartphone.
E che dire della “martire” Chiara Ferragni? Prosciolta non perché innocente, ma grazie al combinato disposto della riforma Cartabia.
Ha pagato tre milioni per far sparire le querele e ora ringrazia i follower, ergendosi a vittima. Ma la truffa — perché di questo si tratta, anche se non più perseguibile — è stata consumata sui teschi rasati dei bambini oncologici.
Mentre lei oggi parla di rinascita, alcuni di quei bambini non ci sono più. È la logica del “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”: con i soldi e le giuste riforme, la giustizia diventa un optional per ceti abbienti.
In questo panorama, non poteva mancare l’apoteosi dello sciacallo: Fabrizio Corona. Cinque episodi di serie TV finanziati, in parte, indirettamente o direttamente, dalla nostra attenzione collettiva.
Un uomo che campa sulla fogna elevato a eroe tragico, con Marco Travaglio che piange in TV perché “gli vuole bene” in memoria del padre.
Travaglio, l’uomo della legalità a correnti alternate, che ora difende il diritto all’impunità di un personaggio che ha fatto del ricatto un’arte. Perché non lo assume al Fatto Quotidiano? Il talento per i dossier e le spiate ce l’ha già.
Il problema vero, però, siamo noi. L’opinione pubblica ha rinunciato al buon senso per rifugiarsi nel complottismo o nell’empatia di plastica.
Vede gente con gli occhi allucinati che mi spiega il mondo attraverso i “grandi reset” e le trame esoteriche, ma che non sa distinguere un congiuntivo da una condizionale.
È il grillismo culturale: tutto ciò che è evidente è falso, tutto ciò che è segreto è vero. Si condanna un dittatore lontano ma si santifica quello vicino che lo finanzia.
Siamo una società malata di “perdonismo mammifero”.
L’empatia è diventata un esorcismo per non guardare in faccia la realtà. Si fanno le fiaccolate dopo che la gente è morta bruciata per colpa di candelotti illegali; è quasi un insulto, un ultimo rogo simbolico.
Siamo diventati tutti un po’ Chiara Ferragni: pronti a peccare con avidità e a risorgere con un post su Instagram.
Il potere fa schifo, diciamo, ma appena vediamo una faccia nota della suburra politica, facciamo la scivolata per inginocchiarci e chiedere una raccomandazione.
Del Papa conclude con una riflessione “biblica”, visto che va di moda. San Giovanni Evangelista, il “buono”, una volta chiese a Gesù di far piovere fuoco dal cielo per bruciare chi non voleva ascoltare la parola. Davanti a questa impunità di classe, a questo “scurdammoce ‘o passato” che serve solo a ripetere gli stessi crimini, l’unica domanda che resta è: “Signore, perché non gli mandi un fulmine?”.
Ma forse il fulmine siamo noi, condannati a vivere in questo eterno weekend di deliri, aspettando la prossima martire da social o il prossimo criminale da riabilitare.
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