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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
MUSK E KARP. MILIONARI CHE VOGLIONO CAMBIARE IL TUO MONDO
Nel cuore di una trasformazione globale che intreccia tecnologia, potere e ideologia, due notizie recenti offrono uno spaccato inquietante ma estremamente rivelatore del tempo che stiamo vivendo.
Da un lato, il manifesto in 22 punti pubblicato dal colosso tecnologico Palantir Technologies, guidato dal CEO Alex Karp; dall’altro, il rilancio dell’idea di un reddito universale da parte di Elon Musk.
Due episodi apparentemente distinti, ma che in realtà convergono su un nodo cruciale: la ridefinizione del rapporto tra individuo, Stato e potere tecnologico.
Il manifesto di Palantir non è un semplice documento programmatico.
È, piuttosto, una dichiarazione di intenti che travalica il perimetro aziendale per insinuarsi nel terreno della governance globale.
L’azienda, già nota per la sua collaborazione con agenzie di intelligence e apparati militari statunitensi, esplicita una visione del mondo fortemente securitaria, in cui la tecnologia non è più uno strumento neutro, ma un vettore ideologico.
Colpisce, in particolare, la tensione tra l’immagine pubblica di Karp — spesso presentato come figura progressista — e i contenuti del manifesto, che sembrano invece richiamare una logica elitaria e gerarchica delle civiltà.
Una visione che, se portata alle sue estreme conseguenze, rischia di giustificare nuove forme di neo-imperialismo tecnologico, dove il controllo dei dati diventa sinonimo di controllo politico.
In questo contesto, il ruolo di figure come Peter Thiel appare tutt’altro che marginale. Thiel, già noto per le sue posizioni critiche nei confronti della democrazia liberale e per il suo sostegno a esponenti politici come Donald Trump, incarna una corrente di pensiero diffusa nella Silicon Valley: quella che vede nella tecnologia un mezzo per superare — o aggirare — i limiti delle istituzioni democratiche tradizionali.
La questione centrale, dunque, non è soltanto economica o industriale, ma profondamente politica.
Quando un’azienda privata, dotata di enormi capacità di raccolta e analisi dei dati, inizia a dettare linee guida che influenzano governi e politiche pubbliche, si assiste a una trasformazione strutturale del potere.
Non più verticale, ma reticolare; non più esclusivamente statale, ma ibrido, condiviso — o conteso — con attori privati.
È in questo scenario che si inserisce la proposta di Elon Musk sul reddito universale.
Un’idea che, a prima vista, potrebbe apparire come una risposta pragmatica alla crescente automazione e alla conseguente perdita di posti di lavoro. Ma che, se analizzata in profondità, solleva interrogativi ben più complessi.
Il reddito universale, infatti, non è una misura neutra. La sua implementazione implica la definizione di criteri, condizioni, meccanismi di erogazione.
Chi decide chi ne ha diritto? Su quali basi? E soprattutto: quali comportamenti vengono incentivati o penalizzati?
Il rischio, tutt’altro che teorico, è quello di una progressiva condizionalità del sostegno economico. In un sistema in cui il reddito è garantito non più dal lavoro, ma da un’entità centrale — statale o privata — la libertà individuale potrebbe trovarsi subordinata a parametri stabiliti dall’alto.
Una dinamica che richiama, per certi versi, i modelli di credito sociale già sperimentati in alcune realtà asiatiche.
Non si tratta di demonizzare l’innovazione o di rifiutare a priori soluzioni nuove.
Il problema è un altro: l’assenza di un dibattito pubblico adeguato, capace di affrontare queste trasformazioni con la necessaria profondità.
Mentre la tecnologia avanza a ritmi esponenziali, la riflessione politica e culturale sembra arrancare, spesso relegata ai margini.
Eppure, le domande sono urgenti.
Che tipo di società stiamo costruendo? Qual è il ruolo dell’essere umano in un mondo sempre più automatizzato?
E soprattutto: chi detiene davvero il potere?
La convergenza tra grandi aziende tecnologiche e apparati governativi, unita alla crescente centralità dei dati, disegna uno scenario in cui il confine tra pubblico e privato si fa sempre più labile.
Un “gomitolo”, per usare una metafora efficace, in cui interessi economici, strategie politiche e visioni ideologiche si intrecciano in modo inestricabile.
In questo contesto, il rischio non è soltanto quello di una perdita di posti di lavoro o di una maggiore disuguaglianza economica.
È, piuttosto, quello di una ridefinizione silenziosa delle regole del gioco democratico. Una trasformazione che avviene non attraverso rotture evidenti, ma per accumulo graduale, secondo quella che in ambito teorico viene definita “finestra di Overton”.
Ci si abitua, poco alla volta, a idee che un tempo sarebbero apparse inaccettabili. Si normalizza l’eccezione. Si accetta il compromesso, fino a quando il nuovo paradigma diventa la norma.
Di fronte a tutto questo, la sfida non è soltanto tecnologica o economica, ma profondamente culturale.
Richiede consapevolezza, spirito critico, capacità di interrogarsi.
Perché, come dimostrano le due notizie da cui siamo partiti, il futuro non è qualcosa che accade: è qualcosa che viene costruito. E, troppo spesso, senza che ce ne rendiamo pienamente conto.
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