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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
REFERENDUM. IL CORTO CIRCUITO DEL DIBATTITO POLITICO
Il dibattito sul recente referendum non è un confronto tra visioni, ma una rappresentazione teatrale dove slogan, battute e posizionamenti ideologici sostituiscono l’analisi. Il risultato è un sistema che parla molto, ma dice poco; che mobilita, ma non chiarisce; che divide, ma non costruisce.
Il primo nodo è strutturale. In Italia il referendum, soprattutto quello confermativo, viene spesso caricato di aspettative simboliche che eccedono la sua reale funzione. Non è un punto di arrivo, ma un passaggio. Eppure viene narrato come un momento decisivo, quasi epocale.
La realtà è più complessa: anche quando passa, un referendum non produce automaticamente cambiamento. Servono decreti attuativi, regolamenti, volontà politica. Senza questi, resta una norma sospesa, un principio scritto ma non incarnato.
Il precedente storico legato al caso Enzo Tortora è emblematico: il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati fu approvato, ma la sua applicazione concreta si rivelò limitata, quasi neutralizzata. È un pattern ricorrente nella storia istituzionale italiana: la decisione popolare non coincide con l’effettività normativa.
Paradossalmente, la sensazione diffusa è che questo referendum non lo voglia davvero vincere nessuno. Non con convinzione, almeno. Da un lato, il fronte favorevole appare tiepido, privo di una narrazione forte e coerente. Dall’altro, il fronte contrario sembra più impegnato a delegittimare che a spiegare.
Il risultato è un equilibrio instabile: una vittoria di misura verrebbe immediatamente contestata, reinterpretata, svuotata. Una sconfitta, invece, verrebbe utilizzata come prova politica più che come esito democratico.
Questo clima produce un effetto corrosivo: il referendum perde la sua funzione di strumento di partecipazione e diventa un’arma di comunicazione, un test di forza simbolico.
A complicare ulteriormente il quadro è l’intervento sempre più massiccio di figure dello spettacolo. Cantanti, attori, influencer: tutti chiamati – o autochiamatisi – a esprimere opinioni su temi complessi.
Non è una novità, ma il livello del dibattito ne risente. Quando un artista come Manuel Agnelli interviene su questioni costituzionali, il problema non è il diritto di parola, ma la qualità dell’argomentazione.
Spesso si assiste a una semplificazione estrema: slogan come “la Costituzione non si tocca” vengono ripetuti senza contestualizzazione, ignorando che la stessa Costituzione è stata modificata più volte nella storia repubblicana.
Ancora più controverso è il ricorso a concetti come lo “Stato etico”. Una nozione che, nella tradizione filosofica europea, attraversa pensatori come Georg Wilhelm Friedrich Hegel, ma che storicamente ha aperto la strada a derive autoritarie quando interpretata in senso assoluto.
Traslata nel dibattito contemporaneo senza mediazioni, questa idea diventa pericolosamente ambigua: chi stabilisce l’etica? Lo Stato? E con quali limiti?
Un altro elemento critico è il doppio standard nella legittimazione delle opinioni. Quando un artista o un personaggio pubblico sostiene una posizione “allineata”, viene celebrato come voce civile. Quando esprime un’opinione opposta, viene delegittimato, deriso o attaccato.
Il caso del tenore Andrea Bocelli è indicativo: la sua presa di posizione ha generato reazioni che, in altri contesti, sarebbero state denunciate come inaccettabili. È il segno di un dibattito che non tollera la pluralità, ma seleziona le voci in base alla convenienza.
Sul piano politico, il referendum evidenzia una crisi più ampia: la perdita di autorevolezza delle istituzioni. La leadership di Giorgia Meloni appare meno incisiva rispetto alla fase iniziale del mandato, anche per l’usura fisiologica del potere.
Governare implica compromessi, scelte impopolari, inevitabili delusioni. Questo riduce la capacità mobilitante e rende più difficile sostenere battaglie complesse come una riforma della giustizia.
In parallelo, emerge un sistema politico incapace di sostenere un confronto maturo. Insulti, semplificazioni, personalizzazioni: il dibattito si trasforma in una faida permanente.
Sullo sfondo, si intravede una questione più profonda: il rapporto tra Stato e mercato. La tradizionale contrapposizione appare sempre meno adeguata a descrivere la realtà contemporanea.
Le grandi concentrazioni di capitale – tecnologico e finanziario – hanno assunto un ruolo quasi sovrastatale. Figure come Peter Thiel incarnano questa trasformazione: attori privati con capacità di influenza politica, culturale e persino ideologica.
In questo contesto, il mercato non è più un meccanismo neutrale e lo Stato non è più un soggetto autonomo. I due ambiti si intrecciano, si sovrappongono, talvolta si confondono.
Al di là delle dinamiche politiche e mediatiche, emerge una riflessione più radicale: la crisi del dibattito pubblico è, in ultima analisi, una crisi di coscienza.
Non si tratta solo di incompetenza o superficialità, ma di una difficoltà più profonda nel distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è conveniente. Tra opinione e conoscenza. Tra partecipazione e tifo.
Il rischio è quello di un impoverimento antropologico: una società che perde la capacità di empatia, di ascolto, di confronto. L’immagine del bambino escluso, lasciato solo alla propria festa, diventa una metafora potente di questo smarrimento.
Il referendum, in questo scenario, non è il problema. È il sintomo. Rivela un sistema politico fragile, un dibattito pubblico degradato e una società attraversata da tensioni irrisolte. Ma soprattutto mette in luce una domanda che resta inevasa: siamo ancora capaci di discutere seriamente?
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