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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

TRUMP E MUSK SCONVOLGONO GLI EQUILIBRI DI DAVOS

Il World Economic Forum (WEF) di quest’anno non è stato la solita liturgia del globalismo progressista a cui eravamo abituati. Se per decenni Davos è stato il tempio dell’élite finanziaria e della pianificazione di un ordine mondiale multipolare e “green”, l’edizione appena conclusasi ha certificato un cambio di paradigma brutale.

Al centro della scena, quasi a fagocitare ogni altro intervento, si è stagliata la figura di Donald Trump. Non più solo un “outsider” o un elemento di disturbo, ma il baricentro di un nuovo ordine che sta smantellando, pezzo dopo pezzo, le vecchie certezze del Novecento e della globalizzazione selvaggia.

L’atmosfera che si è respirata tra le vette svizzere è stata definita “comatosa” per le vecchie istituzioni. Sebbene Klaus Schwab abbia tentato per anni di promuovere il suo “Great Reset” in chiave globalista, ciò a cui stiamo assistendo è una sorta di “Reset inverso”. È il ribaltamento totale delle premesse di Davos: non più la dissoluzione dei confini e la sovranità delle organizzazioni sovranazionali, ma il ritorno di un imperialismo muscolare, pragmatico e, per certi versi, imprevedibile.

A certificare lo stato di agonia dell’Unione Europea e della NATO non sono stati solo i critici di sempre, ma gli stessi esponenti del sistema. Il discorso del premier canadese Mark Carney è stato, in questo senso, paradigmatico. Carney, uomo che viene dalle fila di Goldman Sachs e che ha guidato la Banca d’Inghilterra, ha ammesso con una lucidità quasi rassegnata che il vecchio ordine è finito. Bisogna accettare una realtà “meno raffinata” e più brutale, dove la diplomazia lascia il posto ai rapporti di forza diretti.

In questo scenario, i leader europei sono apparsi come figure marginali, quasi comparse in un film scritto altrove. Emmanuel Macron ha tentato di mettere in scena il suo solito “show”, cercando di accreditarsi come il baluardo dei 27 contro le minacce dei dazi americani. Tuttavia, la sua postura è stata presto smentita dalla realtà dei fatti e dalla pubblicazione di messaggi privati che hanno mostrato un volto ben diverso da quello mostrato alle telecamere.

Il caso di Mark Rutte, segretario generale della NATO, è ancora più emblematico. Mentre pubblicamente si parla di alleanze paritarie e difesa comune, i messaggi trapelati lo dipingono in una posizione di totale soggezione nei confronti di Trump. Quello che emerge è un rapporto di vassallaggio, dove i leader di nazioni che un tempo guidavano il mondo si ritrovano a scrivere messaggi di piaggeria al “maestro imperiale” di Washington per evitare ritorsioni economiche o diplomatiche. Trump ha utilizzato la questione della Groenlandia e la minaccia dei dazi come una clava, costringendo i partner europei a una ritirata strategica che ne ha minato definitivamente l’autorevolezza.

Se Trump è il re del palcoscenico, Elon Musk ne è il “giullare” più potente e pericoloso. Il proprietario di X e CEO di Tesla, che solo un anno fa definiva Davos una “noia mortale”, si è presentato al summit attirando su di sé i riflettori. Il suo rapporto con Trump è una danza complessa: da principale finanziatore della campagna elettorale a critico tagliente.

Ha destato scalpore la sua battuta sul “Board of Peace” (Consiglio della Pace) proposto da Trump. Giocando sull’omofonia inglese tra Peace (pace) e Piece (pezzo), Musk ha ironizzato sul fatto che la Casa Bianca stia in realtà collezionando “pezzi” di mondo – dalla Groenlandia al Venezuela – in un nuovo processo imperialista.

Musk rappresenta la scheggia impazzita di questa élite: può permettersi il lusso della satira e dell’attacco diretto perché la sua potenza economica e tecnologica lo rende, per certi versi, un attore geopolitico autonomo, capace di dare un colpo al cerchio e uno alla botte.
Il “Board of Peace” e l’incognita italiana
Uno dei punti meno chiari, ma più rilevanti di questo WEF, è stata la discussione sul futuro assetto geopolitico che Trump intende costruire. Il “Board of Peace” resta un oggetto misterioso: chi vi parteciperà? Oltre all’Ungheria di Orbán, che sembra aver già trovato una sua collocazione privilegiata in questo nuovo schema, quale sarà il ruolo dell’Italia?

La premier Giorgia Meloni sta adottando una politica prudente, di “cerchiobottismo” diplomatico. L’Italia cerca di non calpestare i piedi al gigante americano pur mantenendo una parvenza di unità europea. Tuttavia, come sottolineato da molti analisti, è fondamentale non cadere nell’errore di considerare Trump come un “salvatore” dei popoli europei.
Trump agisce da imprenditore della politica: il suo obiettivo è l’interesse nazionale statunitense (“America First”). Se lo smantellamento delle élite globaliste europee può aprire spazi di manovra per le nazioni sovrane, è altrettanto vero che il prezzo da pagare potrebbe essere un nuovo tipo di dipendenza, meno ideologica ma più grettamente economica e coloniale.

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