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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
SOCIETÀ ALLA DERIVA TRA SCIOPERI SELVAGGI E TV DEL DOLORE
Siamo immersi in una realtà dove vivere, operare e lavorare è diventato un atto di eroismo quotidiano contro un sistema che ti sabota attivamente. L’ultima goccia? Il solito, ennesimo sciopero generale del venerdì.
Immaginate la scena: avete un impegno di lavoro, una data a Verona, alberghi prenotati, persone che vi aspettano. E Trenitalia cosa fa? Ti avvisa ventiquattr’ore prima. O peggio, mezz’ora prima.
Non succede neanche nei regimi tribali, ma accade nella nostra “Grande Nazione”.
Da una parte abbiamo Landini e la CGIL, che sembrano più preoccupati della solidarietà a Maduro e di sabotare il governo che della dignità dei lavoratori; dall’altra abbiamo un Ministro dei Trasporti, Salvini, che insegue i ponti sullo stretto e i fantasmi di Putin mentre i binari di oggi cadono a pezzi. In mezzo, ci siamo noi: la plebe.
Quelli a cui tolgono il treno da sotto il culo e che devono solo tacere, riprogrammare l’impossibile e pagare accise su benzina e diesel aumentate in perfetto stile democristiano.
Ma il problema non è solo logistico. È morale, è strutturale. Viviamo sotto una coltre di “bava” mediatica che incensa un’incompetenza dilagante.
Se succede qualcosa di buono, è merito della Meloni; se va male, è un complotto contro di lei. La verità è che siamo davanti a un’altra meteora politica, incapace di gestire l’ordinario ma bravissima a scendere le scalette degli aerei a favore di telecamera.
Una narrazione che stride con la realtà delle stazioni-cesso, dei treni che sono bare gelate e di un’informazione istituzionale che, essendo finanziata dai partiti, non può permettersi di dire che il re è nudo.
Anzi, che il treno è in ritardo (del 98,9%, non del 98,7%, per carità!).
Questa perdita di bussola esplode in tutta la sua oscenità quando inciampiamo nelle tragedie. Prendete i fatti di cronaca recente, i quaranta ragazzi morti bruciati vivi in quel tugurio spacciato per locale di lusso. Una strage che è diventata immediatamente un reality show.
Abbiamo visto funerali trasformati in passerelle: musica trap in chiesa, dirette dall’aeroporto, violini suonati davanti ai ministri Taiani e Valditara, quasi che la morte di decine di giovani fosse un’occasione di marketing politico.
E che dire delle madri che “danno udienza” con le labbra rifatte, dei bodyguard che cacciano la gente in chiesa a pedate, di un dolore che non ha più pudore ma cerca solo l’inquadratura giusta?
È la “vanità demoniaca” che ha preso il sopravvento. Questi giovani, figli di una borghesia zozza, sono stati educati ad avere tutto senza ottenere niente.
Hanno il Don Perignon da 500 euro a bottiglia ma non hanno più il senso del pericolo.
Gli animali, se vedono il fuoco, scappano. Noi abbiamo creato una generazione che davanti alle fiamme tira fuori il cellulare per filmarsi. Sono giovani trasgressivi a parole, ma pronti a chiudersi in casa con la mascherina appena il potere glielo ordina. Li abbiamo eviscerati, togliendo loro l’anima e la coscienza, sostituendole con l’estetica di Chiara Ferragni.
Mentre noi affoghiamo nel nostro piccolo stagno di inefficienze e scioperi tattici, il mondo fuori è in mano a nuovi faraoni. Autocrati, dittatori o presunti democratici che si spartiscono il pianeta come in una partita a Risiko.
Trump che decide di prendersi la Groenlandia (o qualunque altra cosa gli passi per la testa), Maduro che tortura il suo popolo con la benedizione di certa sinistra nostrana, padroni della finanza che accumulano migliaia di miliardi mentre la gente comune non sa se il giorno dopo riuscirà a raggiungere il posto di lavoro.
È un potere politico e finanziario che si è fuso in modo omogeneo, creando un equilibrio demenziale basato sulla logica delle cosche.
Cosa ci resta? La rassegnazione.
Siamo un popolo fondato sulla rassegnazione.
Ci scanniamo sui social per la Juventus o sotto i commenti di un video, ma accettiamo che ci tolgano i diritti fondamentali senza fiatare.
Guardate le nostre città: è passata l’Epifania ma le lucine di Natale restano lì, spente ma appese. Perché toglierle costa fatica, e perché in fondo questa vita è talmente triste che l’illusione di una lucetta di plastica ci serve a non guardare l’abisso.
Siamo una biglia colpita di rinterzo, che corre sul tavolo verde senza sapere in quale buca andrà a finire.
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