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Su Fabbrica della Comunicazione, la rubrica Approfondimento Stoico è a cura dello scrittore ed antifilosofo Michele Putrino e Beatrice Silenzi, direttore responsabile.

LA GIUSTIZIA SENZA ODIO E IL SENSO DEL DOVERE

Il percorso attraverso le virtù cardinali dello stoicismo giunge al suo compimento naturale. Dopo aver esplorato la Prudenza (la capacità di vedere la realtà senza filtri), la Fortezza (la fermezza incrollabile di fronte agli eventi esterni) e la Temperanza (il dominio sugli impulsi e i desideri interiori), il cerchio si chiude con la quarta e fondamentale virtù: la Giustizia.

Mentre le prime tre virtù si concentrano su un lavoro introspettivo, volto a forgiare il carattere dell’individuo e a renderlo una “rocca inespugnabile”, la Giustizia rappresenta il ponte verso l’esterno.
È la virtù che definisce il nostro modo di agire nel mondo e di relazionarci con l’altro.

Ma, come sottolinea Michele Putrino, non bisogna cadere nell’errore di confonderla con il senso legalistico o giudiziario del termine. La Giustizia stoica non è un codice di leggi scritte da un Parlamento, né una forma di “giustizialismo” punitivo; è, al contrario, l’allineamento dell’agire umano al Logos, l’ordine razionale e divino che governa l’universo.

Oggi viviamo in un’epoca dominata da quello che potremmo definire un “giustizialismo soggettivo”. In assenza di una visione spirituale o di un punto di riferimento alto, l’essere umano è diventato il metro di misura di tutte le cose.
Il risultato è un relativismo assoluto in cui “giusto” è ciò che asseconda i miei interessi o la mia sensibilità, mentre “sbagliato” è tutto ciò che se ne discosta.

Questa deriva trasforma ogni dibattito in uno scontro di ego: non si valuta più la verità di un concetto, ma la sua affinità con il proprio modo di pensare. Se un’idea ci è affine, l’interlocutore è un “genio”; se è distante, diventa un nemico da abbattere. Lo stoicismo ci invita a compiere il percorso inverso: sollevare lo sguardo da noi stessi per riconoscere un ordine superiore, universale, che non dipende dai nostri capricci momentanei.

Il primo pilastro della Giustizia stoica è il senso del dovere. In un mondo che ci spinge a chiederci costantemente “cosa mi piace?” o “cosa mi conviene?”, lo stoico si chiede: “cosa devo fare?”. Questa domanda ci riporta alla nostra natura di esseri sociali. Come ricordava Marco Aurelio, “ciò che non giova all’alveare, non giova neppure all’ape”.

L’individualismo moderno è, per lo stoicismo, una forma di cecità logica. L’individuo non può sussistere senza la comunità, e la sua funzione nel mondo è quella di rendersi utile al tutto. Agire secondo giustizia significa dunque compiere il proprio dovere verso la famiglia, gli amici e la società, non perché ci procuri un piacere immediato, ma perché è la funzione per cui siamo stati posti nell’universo.

Un punto cruciale del pensiero di Putrino riguarda il rapporto tra azione e risultato. Molti oggi cadono nella trappola della cosiddetta “Legge dell’Attrazione”, l’illusione narcisistica secondo cui basti desiderare intensamente qualcosa perché l’universo si pieghi al nostro volere. Lo stoicismo demolisce questa visione: noi abbiamo il controllo sulle nostre intenzioni e sulle nostre azioni, ma non sull’esito finale.

La sofferenza esterna è spesso il risultato dell’attrito necessario al movimento della vita. Putrino usa una metafora efficace: come il piede soffre l’attrito con il suolo per poter camminare, così l’esistenza richiede sforzo e dolore fisico o situazionale. Tuttavia, la grandezza dello stoico risiede nella pace interiore: se agisco secondo giustizia e compio il mio dovere, posso trovarmi nel mezzo di una tempesta o di una tragedia, ma la mia anima resterà pulita e in armonia con il Logos.

La vera sofferenza non è l’evento avverso, ma il tradimento della propria natura razionale.
Infine, la Giustizia stoica richiede clemenza. Citando il trattato di Seneca dedicato a Nerone (De Clementia), Putrino ricorda che esercitare la giustizia non significa essere brutali. Se qualcuno commette un errore o un danno, è doveroso intervenire e fermarlo, ma senza lasciare spazio all’ira o all’odio.

La punizione fine a se stessa, volta solo a scaricare la propria rabbia, non è giustizia: è una violazione della propria dignità interiore. Bisogna essere fermi nel fare ciò che va fatto, ma mantenendo il cuore sgombro dal veleno della vendetta.
Questi temi saranno al centro dell’evento previsto per il 22 gennaio a Sassoferrato (AN), presso la Chiesa di San Pietro.

Un incontro che vedrà Michele Putrino confrontarsi con figure apparentemente distanti, come il filosofo Diego Fusaro (legato a una visione idealista ed epicurea) e don Umberto Rotili (rappresentante della visione cristiano-cattolica).
L’obiettivo non è l’omologazione, ma l’attrito positivo tra pensieri diversi. In un’epoca di muri comunicativi, la “Palestra dell’Anima” propone il dialogo come strumento per riscoprire quelle verità universali che, pur partendo da presupposti differenti, convergono verso la necessità di un’etica del dovere e della responsabilità. 

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