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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

FOCUS SUL DEGRADO DEI RAPPORTI UMANI E ADOLESCENTI ALLO SBANDO

C’è un filo sottile ma resistentissimo che lega i treni che non partono, le scuole che voltano la testa, gli ospedali al collasso, i social pieni di consigli non richiesti e una giustizia che sembra sempre arrivare tardi, quando arriva.
È il filo dell’irresponsabilità diffusa, del “non è colpa mia”, del rinvio sistematico delle conseguenze. Un filo che racconta meglio di qualsiasi statistica lo stato di salute – o di malattia – del Paese.

Partiamo da una scena banale, quotidiana: il treno. Un Intercity che si rompe, o che forse non si rompe davvero. Passeggeri fatti scendere, dirottati su un regionale, trattati come un problema logistico più che come utenti paganti.
Nessuna informazione chiara, nessuna assunzione di responsabilità. Poi il paradosso: il treno “rotto” riparte e supera tutti. Chi è stato spostato resta indietro, accumula ore di ritardo, perde coincidenze, appuntamenti, lavoro. Il rimborso, quando c’è, è parziale, aleatorio, burocratico. Il bonus sostituisce il diritto. E il cittadino impara una lezione precisa: paghi, ma non pretendi.

Questa logica non si ferma ai binari. La ritroviamo identica nella scuola, quando un ragazzo perseguitato si toglie la vita e nessuno, davvero nessuno, paga. Tre giorni di sospensione simbolica per chi avrebbe dovuto vigilare.
Sindacati che minimizzano, istituzioni che archiviano. La responsabilità evapora. Tutti sapevano, tutti avevano visto, ma nessuno ha agito. È il suicidio che diventa “inevitabile”, come se fosse un evento naturale, non l’esito di omissioni precise.

Lo stesso schema si ripete quando la violenza esplode apertamente: coltelli a scuola, aggressioni annunciate, segnali ignorati. Dopo, si parla di allarmismo, di rieducazione, di contesto.
Parole che suonano nobili, ma che spesso servono solo a evitare il punto centrale: senza conseguenze certe, immediate e proporzionate, la violenza non si argina. Il garantismo non è impunità preventiva. Garantire le procedure non significa sospendere la realtà.

C’è poi la sanità, altro capitolo emblematico. Ore di attesa per esami rapidi, reparti tenuti in piedi da personale stremato ma dignitoso, un sistema che non funziona più ma in cui nessuno è formalmente responsabile.
Il ministro “scopre” i problemi dai giornali, come un lettore qualunque. Il cittadino non se la prende con medici e infermieri, perché vede lo sforzo, la dedizione.
Ma intuisce che il sistema, così com’è, è saltato. E anche qui la metafora è evidente: tanta buona volontà individuale dentro una struttura che non regge.

Nel frattempo, sui social, esplode l’altra faccia della medaglia: l’arroganza travestita da empatia. Consigli sanitari non richiesti, giudizi morali automatici, “io te l’avevo detto” dispensati a pioggia.
Una presunzione che non nasce dalla cura per l’altro, ma dal bisogno di sentirsi superiori. Parlare costa poco, “talk is cheap”. Assumersi responsabilità, molto di più.

E poi c’è l’informazione, che troppo spesso smette di essere tale. Servizi costruiti come spot, celebrazioni acritiche, notizie piegate al consenso o alla tariffa.
Il confine tra racconto e pubblicità si dissolve. Nessuno dice più “non si fa”, “non sta bene”. Anche qui, manca il freno sociale, quel perbenismo imperfetto ma funzionale che un tempo delimitava ciò che era accettabile.

Il risultato è una società che accetta tutto e protesta su nulla. Si indignano in pochi, e spesso vengono derisi. Gli altri si adattano: al treno in ritardo, alla scuola che fallisce, alla giustizia che tergiversa, alla sanità che arranca.
Chi alza la voce viene accusato di esagerare, di essere “giustizialista”, di non capire la complessità.

Ma la complessità non può diventare un alibi permanente. Senza responsabilità personali, senza conseguenze reali, senza limiti condivisi, una comunità si sfalda. Non servono grandi proclami sul “mondo migliore”.
Servono regole applicate, diritti rispettati, doveri esigibili. Servono istituzioni che rispondano, non che si nascondano. E cittadini che smettano di dire agli altri cosa fare, cominciando a pretendere, per sé e per tutti, ciò che è dovuto.

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