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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.

EPSTEIN FILES. LA FINE DI BILL GATES

Il tempo, si dice, è galantuomo, ma nel gioco delle alte sfere del potere globale, il tempo è soprattutto una questione di strategia.
Per decenni, Bill Gates è stato il volto rassicurante del progresso: il genio informatico trasformatosi in benefattore universale, l’uomo che, smesso il camice da programmatore, ha indossato i panni del salvatore del mondo attraverso la sua fondazione.
Eppure, quel frame edulcorato che lo dipingeva come una sorta di Sheldon Cooper della geopolitica sta andando in frantumi.

Non è un crollo accidentale, ma una demolizione controllata che passa per i corridoi oscuri della cronaca giudiziaria e i file desecretati del caso Epstein.
Il catalizzatore della “morte sociale” di Bill Gates è indubbiamente il legame con Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per crimini sessuali e morto in circostanze mai del tutto chiarite nel 2019.
Per anni, i media mainstream hanno derubricato i rapporti tra i due a incontri sporadici o legati esclusivamente alla filantropia.
Tuttavia, le recenti rivelazioni dipingono un quadro ben diverso.

Non si parla più solo di cene formali, ma di email scottanti, di ricatti legati a relazioni extraconiugali – come quella con la giocatrice di bridge russa Mila Antonova – e di escort che Epstein avrebbe messo a disposizione del fondatore di Microsoft.
Dettagli ancora più pruriginosi, emersi dagli “Epstein Files”, suggeriscono l’esistenza di un vero e proprio sistema di pressione psicologica e sessuale.
La stessa ex moglie di Gates, Melinda French, ha rotto il silenzio confermando che l’ossessione del marito per Epstein è stata una delle cause scatenanti del loro divorzio nel 2021.

Se un tempo queste notizie circolavano solo nei circuiti dell’informazione alternativa, oggi trovano spazio sulle testate che per anni hanno protetto Gates.
Questo cambio di rotta solleva una domanda fondamentale: perché proprio ora?
La decostruzione del mito del Nerd
Per capire il presente, bisogna analizzare come è stato costruito il passato. L’immagine di Gates come “bravo ragazzo un po’ goffo” è stata un’operazione di marketing magistrale che ha servito a coprire quello che Enrica Perucchietti definisce il metodo del “filantrocapitalismo”.

Questo sistema permette a grandi capitalisti di utilizzare la beneficenza non solo per scopi umanitari, ma come uno strumento di pressione politica e monopolio economico.
Attraverso finanziamenti massicci a organizzazioni come l’OMS e partnership pubblico-private come Gavi, Gates è riuscito a dettare l’agenda sanitaria globale, rendendo i governi dipendenti dalle sue visioni (e dalle sue forniture).

Dietro questa facciata, però, emergevano già da tempo inchieste che parlavano di una condotta compulsiva e inappropriata con le dipendenti di Microsoft, al punto che si diceva che Gates non potesse essere lasciato solo con una stagista. La caduta del mito rivela che il “nerd” non era affatto innocuo: era un uomo di potere consapevole di essere protetto da uno scudo mediatico alimentato dai suoi stessi milioni.

È curioso notare come quotidiani che fino a ieri celebravano Gates come un “illuminato” oggi ne certifichino il tracollo con toni scandalistici.
Questo “risveglio” tardivo del giornalismo mainstream puzza di strategia. Quando un personaggio diventa “indifendibile” o, peggio, inutile per il sistema, viene gettato dalla torre.
È successo a Klaus Schwab, il volto del World Economic Forum, e sta succedendo a Gates.

Questa dinamica suggerisce che nell’Olimpo dei poteri globali sia in corso un riposizionamento. Gates, con le sue fissazioni pandemiche e i suoi legami scabrosi, è diventato un peso morto.
Il sistema ha bisogno di facce nuove, di nuovi “frontman” che possano portare avanti l’agenda globale senza il fango del passato.
In questo senso, la sua caduta non è necessariamente il trionfo della giustizia, ma una sostituzione dei quadri dirigenti del potere visibile.

Il concetto di “porte girevoli” spiegato dalla Perucchietti ci ricorda che l’élite è una struttura resiliente. Se un “filantropo” cade nella polvere, ce n’è già un altro pronto a prenderne il posto.
Che sia Elon Musk con la sua visione transumanista o Larry Fink con la potenza finanziaria di BlackRock, il meccanismo non si ferma.
L’errore più comune che possiamo commettere è pensare che questi personaggi siano invincibili o, al contrario, che la loro caduta coincida con la fine del sistema che rappresentano.

Bill Gates è stato il volto di un’epoca di transizione, in cui il capitale privato ha preso il controllo della sovranità statale sotto il velo della generosità.
Ora che quel velo è stato strappato, resta l’immagine di un uomo potente, solo e pesantemente ricattabile, che ha scambiato la sua reputazione per l’accesso a un sottobosco di privilegi e perversioni.

La parabola di Bill Gates ci insegna che nessuno è davvero intoccabile se smette di essere funzionale ai piani superiori.
La sua “morte sociale” è un monito: il potere non ha amici, solo interessi.
Mentre il pubblico osserva con un misto di sdegno e curiosità i dettagli sordidi del caso Epstein, non bisogna perdere d’occhio il quadro generale.
La caduta di un re non significa la fine della monarchia, soprattutto quando i nuovi regnanti sono già pronti dietro le quinte, con maschere più pulite ma ambizioni identiche.
La giustizia terrena ha finalmente presentato il conto a Gates, ma la vera sfida rimane quella di smantellare un sistema che permette a singoli individui di giocare a fare gli dei sulla pelle dell’umanità.

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