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La rubrica Viaggio nella Storia Contemporanea è a cura dello scrittore e giornalista d’inchiesta Franco Fracassi e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
GUERRA IN IRAN. LOCKDOWN ENERGETICO E SILENZIO SOCIALE
Se fino a pochi anni fa la politica estera era materia per addetti ai lavori, oggi è diventata una lente attraverso cui leggere ogni aspetto della realtà: dal costo dell’energia ai modelli di consumo, fino alle dinamiche sociali e politiche interne.
La trasformazione è evidente e, per certi versi, irreversibile.
Il dato più immediato è quello economico. Il prezzo del carburante, che ha superato soglie psicologiche fino a poco tempo fa impensabili, diventa il simbolo tangibile di una crisi sistemica.
Non si tratta semplicemente di oscillazioni di mercato, ma dell’effetto diretto di tensioni internazionali, scelte strategiche e, non da ultimo, fenomeni speculativi.
In questo contesto emerge un elemento che merita particolare attenzione: la percezione collettiva. A differenza della fase pandemica, in cui le restrizioni venivano imposte dall’alto, oggi assistiamo a una forma più sottile di adattamento.
È una sorta di “lockdown economico” autoinflitto, dove sono i costi a limitare la mobilità e le abitudini quotidiane. Non serve più un decreto per ridurre gli spostamenti: bastano i prezzi.
Questo passaggio segna una mutazione profonda nel rapporto tra cittadino e sistema. La coercizione lascia il posto all’assuefazione. E proprio su questo punto si inserisce una delle riflessioni più inquietanti: la progressiva normalizzazione dell’anomalia.
Di fronte a rincari evidenti e a scelte politiche discutibili, la reazione sociale appare attenuata. Le proteste, che in passato accompagnavano ogni aumento significativo, sembrano oggi dissolversi in una sorta di rassegnazione diffusa.
È come se il cittadino contemporaneo fosse stato progressivamente abituato a livelli crescenti di pressione, fino a considerarli inevitabili.
Le politiche adottate a livello nazionale ed europeo contribuiscono a rafforzare questa dinamica. In Italia, ad esempio, il taglio temporaneo delle accise viene presentato come misura di sostegno, ma in realtà si traduce in uno spostamento del peso economico su altri capitoli della spesa pubblica.
In termini tecnici, si tratta di una riallocazione regressiva delle risorse: ciò che si “risparmia” alla pompa si paga in termini di welfare, sanità e istruzione.
Altri Paesi hanno adottato strategie differenti, come la tassazione degli extraprofitti delle compagnie energetiche o l’introduzione di tetti ai prezzi.
Si tratta di approcci che evidenziano una diversa concezione del rapporto tra Stato e mercato, e che sollevano interrogativi sulla capacità dei governi di esercitare una reale funzione di regolazione.
Ma il nodo non è solo economico. È anche – e forse soprattutto – culturale. Il modo in cui i media raccontano i conflitti internazionali incide profondamente sulla percezione pubblica.
Il linguaggio utilizzato non è neutrale: orienta, seleziona, normalizza.
Le azioni militari vengono spesso descritte con un registro che tende a neutralizzarne la portata drammatica, inserendole in una narrazione di inevitabilità.
Al contrario, altri attori vengono rappresentati attraverso categorie che enfatizzano la minaccia o l’irrazionalità. Questo squilibrio linguistico contribuisce a costruire un immaginario in cui la guerra diventa un fatto quasi ordinario.
È qui che si apre una questione cruciale: il rapporto tra linguaggio e pensiero. Le parole non sono semplici strumenti descrittivi, ma dispositivi cognitivi. Definiscono i confini del pensabile. Chiamare un evento “conflitto”, “operazione militare” o “genocidio” non è la stessa cosa: implica livelli diversi di consapevolezza e di reazione.
In questo senso, il controllo del linguaggio diventa una forma di potere. Non necessariamente attraverso imposizioni esplicite, ma tramite la costruzione di abitudini discorsive che finiscono per essere interiorizzate.
Il risultato è una progressiva riduzione della capacità critica.
Parallelamente, si assiste a un ampliamento del concetto stesso di guerra. Non si tratta più soltanto di scontri armati, ma di operazioni che colpiscono infrastrutture strategiche, reti digitali, sistemi energetici.
Una guerra “diffusa”, che agisce anche senza dichiarazioni ufficiali, ma con effetti concreti sulla vita delle persone.
In questo scenario, il futuro appare incerto. Le ipotesi di instabilità politica, inclusa la possibilità di governi tecnici, si intrecciano con le dinamiche europee e con i vincoli imposti dalle politiche di bilancio.
Il rischio è quello di una progressiva compressione degli spazi decisionali democratici, a favore di logiche tecnocratiche.
Eppure, proprio in questa fase critica, emerge anche la necessità di una presa di coscienza. Comprendere i meccanismi che regolano il sistema globale è il primo passo per sottrarsi alla passività.
Non si tratta di aderire a una visione ideologica, ma di recuperare una capacità analitica autonoma.
La geopolitica, in fondo, non è altro che la grammatica del potere. E come ogni grammatica, può essere appresa, decifrata, reinterpretata.
Il problema è che oggi viene spesso percepita come un linguaggio incomprensibile, riservato a pochi.
Rendere accessibile questa complessità è una delle sfide principali del giornalismo contemporaneo. Non per semplificare, ma per restituire profondità.
Perché dietro ogni prezzo, ogni decisione, ogni parola, si nasconde una rete di relazioni che merita di essere compresa.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: dalla consapevolezza che ciò che accade nel mondo non è mai lontano. È già dentro le nostre vite.
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