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La rubrica Libero Pensiero – a cura di Beatrice Silenzi giornalista e direttore responsabile – ospita l’avvocato Pier Luigi Fettolini

CASO GARLASCO. CI SI PUÒ FIDARE DELLA GIUSTIZIA IN ITALIA?

Il caso di Garlasco non è soltanto uno dei più controversi fatti di cronaca nera italiani degli ultimi vent’anni.
È diventato qualcosa di più profondo: uno specchio delle fragilità della giustizia italiana, dei limiti delle indagini, del peso mediatico dei processi e del timore sempre più diffuso che un errore giudiziario possa travolgere chiunque.

A riaprire il dibattito è stata la chiusura delle nuove indagini dell’8 maggio, che sembrano orientarsi verso un possibile ribaltamento della verità giudiziaria costruita attorno ad Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi.
Oggi il nome che torna al centro dell’attenzione è quello di Andrea Sempio. E la domanda, inevitabilmente, si impone: se davvero Stasi fosse innocente, come si può accettare che una persona abbia trascorso dieci anni in carcere per un delitto non commesso?

Durante il confronto tra Beatrice Silenzi e l’avvocato Pierluigi Fettolini emerge un tema fondamentale: il rapporto tra giustizia e dubbio.
Perché il diritto penale non dovrebbe fondarsi sulla ricerca disperata di un colpevole, ma sulla certezza della responsabilità “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ed è proprio questa espressione a diventare il cuore della riflessione.

Nel diritto italiano il dubbio non deve sparire completamente. Deve però smettere di essere ragionevole. Se invece rimane una zona grigia, se le prove sono fragili, contraddittorie o manipolabili, allora il principio di civiltà imporrebbe l’assoluzione.
È la logica garantista secondo cui è preferibile lasciare libero un colpevole piuttosto che incarcerare un innocente.

Il caso Garlasco, secondo Fettolini, sembrerebbe però raccontare l’esatto contrario.
Dall’inquinamento della scena del crimine alle perizie contrastanti, dalle testimonianze contestate alle continue revisioni delle ricostruzioni temporali, la vicenda appare come una lunga sequenza di anomalie.
Persone entrate senza protezioni sul luogo del delitto, reperti compromessi, interpretazioni divergenti degli indizi: elementi che, in altri ordinamenti giudiziari, potrebbero addirittura portare all’annullamento dell’intero procedimento.

Negli Stati Uniti, ad esempio, la conservazione della prova è considerata essenziale. Se la catena di custodia viene alterata, la difesa può ottenere l’esclusione del reperto o contestare radicalmente il processo.
In Italia, invece, spesso l’irregolarità non invalida il procedimento. E questo apre interrogativi enormi sull’affidabilità di molte indagini.

Ancora più delicato è il tema delle perizie scientifiche. Nel caso Garlasco, una nuova valutazione medico-legale avrebbe spostato l’orario dell’omicidio in una fascia temporale incompatibile con la presenza di Stasi sulla scena del delitto.
Ma se una perizia, dopo quasi vent’anni, può cambiare in modo così radicale il quadro accusatorio, allora quanto sono davvero solide queste certezze tecniche?

È un interrogativo scomodo, ma inevitabile.
Il problema non riguarda soltanto Garlasco. Nella conversazione vengono citati anche altri casi simbolo come quello di Massimo Bossetti o dei coniugi di Erba.
Vicende diversissime, ma accomunate da una percezione pubblica precisa: la sensazione che spesso si costruisca una figura mostruosa da offrire all’opinione pubblica prima ancora che la verità processuale sia realmente consolidata.

La “mostrificazione” mediatica è infatti un altro elemento centrale. Stasi diventò “il biondino dagli occhi di ghiaccio”.
Bossetti venne trasformato nell’immagine stessa del mostro attraverso fotografie e titoli sensazionalistici. È il cortocircuito tra giustizia e comunicazione: quando l’imputato smette di essere una persona e diventa un personaggio narrativo.

E qui entra in gioco anche la responsabilità dell’informazione.
Perché raccontare un processo significa muoversi su un confine delicatissimo tra diritto di cronaca e presunzione d’innocenza.
Una pressione mediatica costante può influenzare il clima pubblico, alimentare aspettative e persino orientare indirettamente il modo in cui un caso viene percepito.

Secondo Fettolini, il vero nodo è un altro: la tendenza a voler trovare a ogni costo un colpevole. In una società scossa da un delitto efferato, lasciare un caso irrisolto sembra quasi inaccettabile.
Ma la giustizia non dovrebbe servire a rassicurare l’opinione pubblica. Dovrebbe servire ad accertare la verità.

E se la verità non è raggiungibile con sufficiente certezza, allora l’assoluzione non dovrebbe essere vista come un fallimento dello Stato, bensì come la prova che il sistema ha rispettato i suoi principi fondamentali.

Il rischio, altrimenti, è devastante: trasformare il processo penale in un meccanismo dove l’obiettivo non è capire chi sia il colpevole, ma impedire che il caso rimanga senza risposta.
Per questo il caso Garlasco continua a inquietare l’Italia.
Non soltanto per il mistero irrisolto attorno alla morte di Chiara Poggi, ma perché tocca una paura universale: quella di trovarsi un giorno nel posto sbagliato, al momento sbagliato, dentro un ingranaggio più grande di noi.

Ed è proprio qui che la domanda iniziale torna con tutta la sua forza: possiamo davvero fidarci della giustizia?
Forse la risposta più onesta è quella suggerita implicitamente nel dialogo: possiamo e dobbiamo pretendere una giustizia migliore, ma senza dimenticare che la giustizia degli uomini resta, inevitabilmente, imperfetta.

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