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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max Del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
LE NUOVE EMERGENZE DEL SISTEMA
Il rapporto tra cultura, potere e gestione della paura collettiva torna al centro del dibattito pubblico in una conversazione dai toni forti e provocatori tra Beatrice Silenzi e Massimo Del Papa.
Un dialogo che attraversa politica, informazione, pandemia, intellettuali e nuovi allarmi sanitari, fotografando un’Italia profondamente spaccata nella percezione del potere e della narrazione dominante.
Il punto di partenza è una polemica legata al regista Paolo Sorrentino e a una frase pronunciata durante un incontro con il presidente Sergio Mattarella.
Del Papa interpreta quelle parole come il simbolo di una certa élite culturale italiana, accusata di vivere in una dimensione autoreferenziale, distante dalla realtà quotidiana e fortemente legata ai centri del potere politico e mediatico.
Secondo questa lettura, esisterebbe un sistema culturale chiuso, capace di premiare soltanto chi aderisce a una precisa visione ideologica.
Da qui prende forma una riflessione più ampia sul concetto di “egemonia culturale”. Del Papa cita il libro Egemonia senza cultura di Andrea Minuz, sostenendo che oggi non esisterebbe più una vera produzione culturale nel senso classico del termine, ma piuttosto una rete di relazioni, appartenenze e convenienze reciproche.
Un sistema che, secondo lui, avrebbe sostituito il merito con la fedeltà politica o ideologica.
La critica si allarga anche al mondo dell’informazione e dell’intrattenimento televisivo. Vengono citati nomi di giornalisti, scrittori e personaggi pubblici accusati di orbitare sempre attorno agli stessi circuiti editoriali e televisivi.
Il tema centrale diventa così quello di una cultura percepita non più come spazio di confronto libero, ma come apparato consolidato di consenso.
Nella conversazione emerge poi un giudizio severo su parte dell’intellettualità italiana del Novecento. Persino figure come Pier Paolo Pasolini e Oriana Fallaci vengono rilette criticamente.
Del Papa riconosce il peso culturale di Pasolini, ma lo descrive come un intellettuale “contro” che in realtà godeva di enorme visibilità e spazio mediatico.
Quanto alla Fallaci, ne contesta il tono enfatico e l’approccio sull’Islam, pur riconoscendo che alcune questioni da lei sollevate siano tornate centrali nel dibattito europeo.
Accanto alla dimensione culturale e politica, il dialogo si sposta poi sul terreno sanitario, con un ritorno alle paure legate alle pandemie.
L’argomento nasce dalle recenti notizie sull’Hantavirus e dalla sensazione, condivisa dai due interlocutori, che esista un tentativo sistematico di reintrodurre nella società un clima di emergenza permanente.
Secondo Del Papa, il potere contemporaneo avrebbe bisogno di una “permacrisi”: un susseguirsi continuo di allarmi — sanitari, climatici, geopolitici — capaci di mantenere la popolazione in uno stato costante di paura e dipendenza psicologica.
Una teoria che collega pandemia, campagne vaccinali, emergenze climatiche e controllo sociale all’interno di una stessa strategia narrativa.
La conversazione assume toni particolarmente critici nei confronti della gestione del Covid e delle politiche vaccinali.
Del Papa sostiene che oggi, rispetto al 2020, esista però una differenza fondamentale: la nascita di una controinformazione diffusa sui social network.
Medici, divulgatori e giornalisti indipendenti, secondo questa visione, avrebbero sviluppato strumenti capaci di contrastare in tempo reale narrazioni considerate allarmistiche o manipolatorie.
Per la prima volta, osserva Silenzi, il flusso mediatico dominante avrebbe incontrato una reazione più preparata e razionale.
Non più soltanto protesta emotiva o rabbia, ma anche analisi, dati e contestazioni tecniche diffuse rapidamente attraverso i canali digitali.
Il confronto tocca anche la figura di Mario Draghi, indicato da Del Papa come simbolo di un establishment europeo che continuerebbe a esercitare influenza nelle grandi decisioni politiche ed economiche continentali.
Ogni riconoscimento pubblico o premio internazionale attribuito a Draghi viene interpretato come segnale della permanenza di determinati equilibri di potere.
Nel finale, il dialogo si concentra su un punto preciso: la necessità, secondo gli interlocutori, di affrontare eventuali future emergenze senza panico e senza accettare automaticamente ogni narrativa dominante.
Del Papa insiste sull’importanza di una risposta “fredda”, documentata e razionale, capace di smontare eventuali derive propagandistiche senza cadere nell’isteria o nella polarizzazione totale.
Resta così il ritratto di un’Italia attraversata da sfiducia, conflitti ideologici e profonde fratture culturali.
Un Paese in cui la battaglia per il controllo della narrazione — tra media tradizionali, politica, intellettuali e social network — sembra ormai essere diventata permanente.
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