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Su Fabbrica della Comunicazione, la rubrica della domenica mattina a cura di Beatrice Silenzi – giornalista e direttore responsabile – con Enrica Perucchietti si chiama L’Altra Domenica.

Premessa: la Disney – multinazionale dell’industria che include altre società (Pixar, Lucasfilm e Marvel) – è un gigante a livello globale.

Oggi questo colosso è in declino.
E il motivo è semplice. La cultura pop, fatta di storie che hanno valore per il pubblico, non è modificabile a piacere da una società, per quanto influente.

E tutto è andato bene fino a quando l’azienzda non ha iniziato a mescolare le sue storie con l’ideologia woke, in voga oggi, intrisa di femminismo, gender, fluidità.

Una visione della società a cui stanno, con forza, cercando di farci abituare e secondo cui le figure femminili – ingiustamente messe in secondo piano e asservite a una visione del mondo maschile – devono avere maggiore spazio. 

Tuttavia un conto è dare spazio a personaggi femminili, altro è modificare storie che avevano già una loro logica per riscriverle secondo una visione del mondo imposta forzatamente.

La tendenza a voler modificare il passato è ormai la regola, riprova ne sia la saga di Star Wars, prodotta dalla ceduta Lucasfilm nel 2012 (per quattro miliardi di dollari) e da allora guidata da Kathleen Kennedy.

I vecchi protagonisti, maschi e bianchi, sono stati eliminati (Ian Solo, alias Harrison Ford, e Luke Skywalker, ovvero Mark Hamill) per mettere in risalto un’ennesima figura femminile – Rey – che, senza un reale percorso narrativo, si è imposta come eroina.

Al box office i proventi si sono dimezzati nel giro di tre pellicole.
Peggio che mai gli spin off su figure femminili ( come “Ahsoka”).

Stessa sorte  per “Indiana Jones and the dial of destiny”, ancora con Harrison Ford (poverino!), coraggioso e anticonvenzionale archeologo , umiliato e messo da parte da un nuovo personaggio femminile, Helena Shaw, che ne mostra limiti e difetti e lo congeda in un pensionamento forzato.

Risultato commerciale? Disastroso.

E Denzel Washington afroamericano che diventa il protagonista del film “Annibale” su Netflix?

Vale la pena chiedersi: perché insistere su queste formule?
Alcuni fattori sono ricorrenti.

Sembra che la Disney – in primis – si senta depositaria di una visione del mondo da proporre, superiore a quella del suo pubblico, una visione ideologica che tuttavia è nemica della creatività. 

Le figure femminili forti sono solo mere caricature, mentre gli uomini diventano deboli, impacciati, inutili o gay, quando non cattivi, crudeli, insensibili.

Una misandria che, però, piace poco al pubblico femminile, stanca di sopportare uomini patetici e infelici anche sullo schermo.

Ed è così che si consuma il fallimento della cultura woke: ufficialmente inclusiva e femminista ma in pratica misandrica e fondamentalista.

Attraverso l’inclusività e la presunta difesa della diversità – di essere prima buoni e corretti e poi veri! – si vuole veicolare a tutti costi un messaggio. Ma fino a quando?

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