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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
GIOCHI OLIMPICI DI MILANO CORTINA E IL PANDEMONIO
L’Italia di oggi sembra trovarsi esattamente in quel punto: un territorio dove tutto può convivere con tutto, anche quando è logicamente, eticamente e simbolicamente incompatibile. Non è pluralismo. È pandemonio.
L’impressione è che la coerenza non sia più un valore richiesto, né a chi governa, né a chi comunica, né a chi consuma informazione. Cantanti che si dichiarano “antisistema” si esibiscono nei più grandi eventi istituzionali.
Politici che sventolano la bandiera dei valori tradizionali stringono alleanze con figure che quei valori li hanno pubblicamente calpestati. Leader che rivendicano identità forti governano sistemi che non proteggono più nessuno.
Il caso di Ghali è emblematico. Si presenta come voce contro il potere, salvo poi diventare parte integrante della sua scenografia: Olimpiadi, grandi eventi, apparati istituzionali.
La contestazione si trasforma in marketing, la protesta in singolo promozionale. L’antisistema che funziona solo se accolto dal sistema è una contraddizione che però oggi non scandalizza più nessuno.
Questo cortocircuito è diventato la norma. Non stupisce allora vedere nascere aggregazioni politiche improbabili, dove convivono ultratradizionalismo cattolico e nichilismo mediatico, fondamentalismo morale e spettacolarizzazione dell’eccesso.
Quando Roberto Vannacci, Fabrizio Corona e Mario Adinolfi finiscono nello stesso perimetro simbolico, il problema non è chi abbia “tradito” chi, ma il fatto che il concetto stesso di identità politica sia evaporato.
Non è più una questione di destra o sinistra. È una crisi più profonda: la rottura del rapporto tra parole e realtà. Tutto diventa performativo. Tutto è narrazione. Tutto è marketing. Anche la morale.
Nel frattempo, la politica istituzionale appare paralizzata. Il governo guidato da Giorgia Meloni mostra una difficoltà crescente a tradurre il consenso in azione.
Ogni intervento arriva tardi, in risposta a un’emergenza, mai come progetto strutturale. La sicurezza viene affrontata solo dopo che qualcuno rischia di morire. E quando si prova a intervenire, l’azione viene subito annacquata, corretta, sterilizzata.
Il ruolo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in questo contesto, diventa simbolico di un sistema che tutela più l’equilibrio astratto che la realtà concreta.
Le forze dell’ordine appaiono lasciate sole, mentre l’opinione pubblica viene invitata a provare empatia per tutto, tranne che per chi subisce violenza mentre svolge il proprio lavoro.
Ma il pandemonio non si ferma ai confini italiani. Il caso Jeffrey Epstein ha mostrato qualcosa di ancora più inquietante: una rete globale di potere, ricatto e perversione che attraversa governi, finanza, cultura, informazione.
Non esiste Occidente buono e Oriente cattivo, democrazia pura e autocrazia immacolata. Dentro quella rete c’erano tutti. E questo rende ridicola ogni narrazione manichea.
Il punto non è gridare al complotto, ma riconoscere il fallimento di un sistema che ha smarrito qualsiasi riferimento etico. Quando tutto è ridotto a strategia, influenza, visibilità, allora anche il male diventa una variabile gestibile. E quando il male non scandalizza più, il disorientamento diventa permanente.
In questo vuoto prosperano i falsi maestri: spiritualità da social, filosofie prêt-à-porter, guru che promettono senso senza responsabilità.
È una spiritualità senza scelta, senza colpa, senza penitenza. L’opposto di una tradizione – cristiana o laica – fondata sull’assunzione di responsabilità individuale.
Il cristianesimo, al di là della fede, è stato per secoli una pedagogia della responsabilità: scegli, sbagli, rispondi. Oggi domina invece l’assoluzione preventiva. Tutti vittime, nessun colpevole. Anche quando i fatti raccontano altro.
Forse il vero problema non è il caos, ma la stanchezza. Una stanchezza morale e intellettuale che porta a tollerare tutto pur di non scegliere.
Eppure, scegliere è ancora possibile. Ma implica fatica, lucidità, e soprattutto la rinuncia a credere che qualcuno, dall’alto, ci salverà.
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