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La rubrica Viaggio nella Storia Contemporanea è a cura dello scrittore e giornalista d’inchiesta Franco Fracassi e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
IRAN-ISRAELE. COME CAMBIANO GLI EQUILIBRI DEL MONDO
In un clima di tensione internazionale che sembra aver raggiunto il punto di non ritorno, il giornalista d’inchiesta Franco Fracassi traccia un’analisi impietosa dello scacchiere geopolitico attuale.
Al centro della tempesta c’è l’Iran, ma le onde d’urto di questo conflitto arrivano a colpire le fondamenta stesse dell’economia europea e, in particolare, di quella italiana. Mentre i venti di guerra soffiano impetuosi, la domanda che tutti si pongono è: siamo davvero in pericolo?
Secondo Fracassi, il rischio di un bombardamento diretto sul suolo europeo continentale è remoto. L’Iran non ha né l’interesse né i mezzi per colpire l’Europa, essendo concentrato su obiettivi molto più vicini e strategici.
Tuttavia, esiste un’eccezione preoccupante: Cipro.
L’isola mediterranea, ex colonia britannica, ospita ancora due enclave di sovranità del Regno Unito che funzionano come basi aeree e snodi logistici per le operazioni militari contro l’Iran, sia americane che israeliane.
Documenti recenti avrebbero rivelato come Londra abbia concesso a Israele l’uso di queste basi non solo per il decollo di aerei e missili, ma anche come centri di addestramento per i corpi speciali e basi operative per il Mossad.
In questo scenario, Cipro diventa il “ventre molle” dell’Occidente, un bersaglio sensibile già lambito dai droni iraniani, situato a soli 2000 chilometri dalle coste italiane.
L’escalation attuale, spiega Fracassi, non ha radici razionali legate a interessi nazionali superiori, ma sembra dettata dalle necessità personali del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
La sua “fregola” di restare al potere come “leader in guerra” per evitare problemi giudiziari avrebbe spinto il conflitto oltre ogni limite diplomatico.
Il dato più inquietante riguarda la rottura dei canali di trattativa.
Per ben due volte, mentre gli Stati Uniti invitavano Teheran al tavolo negoziale, Israele avrebbe risposto con bombardamenti improvvisi, proprio nel momento in cui filtravano notizie di possibili aperture iraniane.
Una condotta che Fracassi definisce “peggiore di quella dei clan mafiosi”, capace di annichilire ogni credibilità diplomatica occidentale e di accelerare un conflitto che nessuno, a parole, dice di volere.
Mentre gli Stati Uniti, sotto l’influenza di una dottrina “trumpiana” basata sulla minaccia e sulla forza, cercano di schiacciare l’Iran, le altre potenze globali giocano partite differenti.
La Russia, pur essendo legata a Israele da una numerosa popolazione russa-israeliana (molti dei quali miliardari influenti), ha bisogno di stabilità. Mosca non può permettersi che il conflitto blocchi l’economia mondiale, pur beneficiando dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio, poiché la sua economia bellica dipende dalla fluidità delle esportazioni.
La Cina, d’altro canto, conferma la sua natura di “potenza erbivora” ma inarrestabile. Pechino evita la guerra aperta non per debolezza, ma per cultura: preferisce la conquista economica, offrendo aiuti e infrastrutture per legare a sé i partner commerciali. Per la Cina, la pace è il presupposto indispensabile per il consumo e la vendita delle proprie merci.
L’analisi di Fracassi non trascura il valore inestimabile del patrimonio artistico e archeologico messo a rischio.
Ricordando l’esperienza in Iraq, dove il controllo dei siti archeologici fu seguito da un massiccio traffico illecito di reperti verso gli Stati Uniti, il giornalista esprime il timore che la stessa sorte possa toccare all’Iran.
Luoghi come la piazza delle moschee a Isfahan o le rovine di Persepoli non sono solo ricchezze nazionali, ma beni dell’umanità intera.
L’Iran, descritto nel libro Persepolis di Fracassi, è un Paese vasto e complesso, una teocrazia dove però convivono libertà di culto per cristiani, ebrei e zoroastriani, e dove la popolazione giovane è estremamente aperta e cosmopolita, nonostante le restrizioni del regime.
La parte più amara della riflessione riguarda l’Italia. Fracassi accusa duramente le ultime gestioni politiche – dai governi Draghi a Meloni – di aver condotto il Paese verso un declino irreversibile attraverso scelte strategiche fallimentari.
L’abbandono del gas russo: Sostituito per legge con il gas americano, meno efficiente e fino a cinque volte più costoso, mettendo in ginocchio l’industria nazionale.
Lo strappo con la Cina: L’uscita dal memorandum sulla Via della Seta ha isolato l’Italia dai mercati orientali in un momento in cui le rotte commerciali sono già compromesse dai conflitti in Medio Oriente.
L’aumento delle materie prime: Dall’oro, che ha raggiunto massimi storici mettendo in crisi il settore della gioielleria vicentina, al legno necessario per l’industria del mobile.
Secondo Fracassi, l’Italia ha rinunciato alla propria sovranità e ai propri interessi economici per allinearsi ciecamente ad agende esterne (come l’”agenda Draghi” portata avanti da Ursula von der Leyen), finendo per autodistruggersi.
L’inflazione galoppante, l’aumento dei carburanti e la chiusura delle fabbriche sono i sintomi di una nazione che “ha smesso di ragionare” e che si è messa nelle mani di governi definiti “incapaci, se non criminali”.
Esiste una via d’uscita?
L’ auspicio quasi utopico è la necessità di un governo che abbia il coraggio di annullare in blocco i trattati e le leggi degli ultimi cinque anni per ristabilire una parvenza di equilibrio economico e diplomatico.
Tuttavia, la realtà dei fatti – tra droni che volano su Cipro e prezzi che schizzano alle stelle – suggerisce che la strada verso la normalità sia ancora lunga e seminata di ostacoli geopolitici che l’Europa, nella sua attuale confusione, sembra incapace di superare.
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