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La rubrica Il Punto di Vista è a cura dello scrittore e giornalista Max del Papa e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
POLITICA DA BAR, IRRIVERENZA E GARANTISMO A GETTONI
Il panorama politico contemporaneo somiglia sempre meno a un dibattito democratico e sempre più a un’esibizione di avanspettacolo degenerato, dove il confine tra il serio e il grottesco è stato non solo superato, ma definitivamente cancellato.
Se un tempo la politica era lo scontro tra visioni del mondo, oggi è una passerella di calzini, piedi nudi e proclami deliranti che oscillano tra il narcisismo patologico e la bramosia teocratica.
Partiamo dal basso, letteralmente. Partiamo dai piedi.
La politica italiana recente sembra aver trovato il suo nuovo baricentro estetico nelle estremità inferiori: dalle scarpe tolte in segno di protesta o di “chic” ribelle, ai calzini di spugna che diventano manifesto ideologico.
È la politica che si spoglia, ma non per trasparenza, bensì per mancanza di contenuti. Quando il dibattito si sposta sulla scelta del calzino o sull’occupazione abusiva elevata a virtù civile, capiamo che il sistema ha smesso di produrre soluzioni per iniziare a produrre folklore.
Un folklore pericoloso, che vede figure improbabili, reduci da sottoscala della cronaca e del porno, tentare la scalata a comuni di provincia promettendo “più vizio per tutti”.
È la degenerazione della degenerazione: il trionfo di un nichilismo allegro che nasconde un vuoto pneumatico di valori.
Ma se l’Italia piange tra una sfilata e una rissa elettorale a Fermo, il resto del mondo non ride. Anzi, trema sotto il ghigno dei “Nuovi Faraoni”. Oltreoceano, assistiamo alla mutazione genetica del potere.
Donald Trump, nel suo delirio di onnipotenza mediatico, non si accontenta più di essere un leader politico o un magnate; usa l’intelligenza artificiale per proiettarsi in una dimensione cristologica, mettendo una mano sulla spalla a Gesù o camminando sulle acque.
Quando un potenziale presidente degli Stati Uniti liquida il Papa come una “testa di cazzo” che deve solo obbedire, non siamo davanti a una semplice gaffe, ma a un segnale inquietante: la politica vuole assorbire la religione.
I padroni del mondo attuale – che siano autocrati orientali o finanzieri occidentali – aspirano alla teocrazia tecnologica.
Questi nuovi signori della guerra e della finanza possiedono tutto: il soldo, la tecnologia del controllo e, sempre più spesso, il diritto di vita e di morte sulle libertà individuali. La tecnologia, che doveva essere uno strumento di liberazione, è diventata il manganello invisibile dei governi.
Basta un “clic” per staccare internet, bloccare i conti correnti, impedire di comprare o vendere. È un potere che nemmeno Carlo V avrebbe osato sognare. E mentre i giganti si spartiscono le macerie del mondo, noi ci accapigliamo sul “garantismo tattico”.
Il garantismo è diventato una merce a gettoni, usata a seconda della convenienza del momento. C’è chi invoca il codice penale solo per gli amici e il “buttate la chiave” per i nemici (o per gli sbandati da strada).
Siamo passati dal diritto alla vendetta sociale, o peggio, alla grazia concessa per “motivi umanitari” che profumano di segreti di Stato.
Il sistema garantisce chi ha i mezzi per comprarsi la difesa, mentre il resto della popolazione affoga in una burocrazia repressiva che si prepara a nuovi “lockdown”, stavolta energetici o climatici, pronti a essere serviti sul piatto d’argento di un’Unione Europea che sembra sempre più una camorra burocratica.
In questo scenario, la Chiesa gerarchica appare come un’istituzione stanca, un ente affaristico che ha scambiato il ministero con l’ecumenismo di facciata.
Un tempo i Papi spostavano gli equilibri del mondo, oggi sembrano coreografie polverose in un mondo che parla la lingua della forza e del denaro. La rinuncia al ministero spirituale in favore di una sopravvivenza immobiliare e finanziaria ha lasciato un vuoto che i Nuovi Faraoni sono ben felici di colmare.
Cosa resta, dunque, a noi “commentatori da bar”? Resta la consapevolezza che la strada intrapresa sia un vicolo cieco. Tra una risata amara e una denuncia, dobbiamo guardare in faccia la realtà: la politica dei contenuti è morta, sostituita da un varietà allucinato dove i protagonisti mostrano i piedi mentre le bombe (metaforiche e reali) ticchettano sotto le nostre sedie.
Non c’è nessuna certezza che questa volta ce la caveremo, perché quando il potere smette di essere umano e aspira a essere divino, la fine della commedia è di solito una tragedia. E non ci saranno calzini chic o promesse di porno-sindaci a salvarci dal naufragio.
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