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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
BRYAN JOHNSON E IL BUSINESS DELL’IMMORTALITÀ
La parabola di Brian Johnson, imprenditore americano, ex magnate del tech, oggi diventato celebre in tutto il mondo come il volto più noto della corsa contemporanea all’eterna giovinezza è tuttavia inquietante.
Non è soltanto un personaggio eccentrico. Non è soltanto un miliardario che investe somme enormi per rallentare l’invecchiamento.
Brian Johnson è ormai il simbolo di un’epoca: un tempo storico in cui una parte delle élite economiche globali non si accontenta più di accumulare ricchezza, potere e influenza, ma punta a un obiettivo ancora più radicale, quasi sacrale nella sua ambizione: sconfiggere la morte.
Il suo nome è legato al progetto Blueprint, una routine rigidissima, ossessiva, costosa, costruita attorno a controlli medici, integratori, allenamenti, trattamenti estetici e pratiche sperimentali che dovrebbero restituire al corpo età biologiche sempre più giovani.
Johnson si presenta come un “biohacker”, cioè come qualcuno deciso a intervenire sul proprio organismo come se fosse un software da aggiornare, correggere, potenziare. Il corpo, in questa visione, non è più qualcosa da abitare con misura, ma una macchina da ottimizzare senza tregua.
La sua quotidianità è diventata materia da documentario, da racconto mediatico, da fascinazione collettiva. Sveglie impossibili nel cuore della notte, allenamenti calibrati al millimetro, alimentazione estrema, una quantità impressionante di integratori assunti ogni giorno, dispositivi per la pelle, per i capelli, per il sonno, per le prestazioni fisiche.
Tutto è sottoposto a monitoraggio, tutto viene tradotto in dati, numeri, prestazioni. E tutto viene raccontato con la stessa enfasi con cui un tempo si annunciavano le conquiste della scienza futurista.
Eppure, dietro questa narrazione patinata, affiora una domanda tutt’altro che secondaria: che cosa sta davvero inseguendo Brian Johnson? La salute? La longevità? Oppure una forma aggiornata e ipertecnologica dell’antico sogno di immortalità?
Il punto è proprio questo.
Desiderare di invecchiare bene è umano, comprensibile, persino saggio. Cercare di preservare il corpo, ridurre le malattie, vivere meglio e più a lungo è una prospettiva che interessa chiunque.
Ma la vicenda di Johnson sembra spingersi oltre. Qui non si tratta più di benessere. Si tratta di una lotta frontale contro il limite stesso della condizione umana.
E il limite, da sempre, è il cuore della nostra esperienza: il tempo che passa, il corpo che cambia, la fragilità che ci accompagna, la morte come orizzonte inevitabile.
In questa corsa, Johnson non vende più soltanto singoli prodotti o integratori. Vende un immaginario. Vende l’idea che il corpo possa essere ricondotto all’obbedienza assoluta, che l’età sia un difetto tecnico, che la finitezza possa essere rimossa con sufficiente denaro, disciplina e tecnologia.
E qui emerge un altro aspetto decisivo: questo sogno ha un costo altissimo. Non è un progetto democratico. Non è una promessa universale. È un privilegio da super-ricchi.
Protocollo dopo protocollo, trattamento dopo trattamento, si delinea infatti una verità piuttosto semplice: la longevità estrema, così come viene oggi immaginata da certi ambienti della Silicon Valley, è una frontiera accessibile soltanto a una ristrettissima élite.
Non solo per ragioni economiche, ma anche di tempo, di strutture, di disponibilità mentale e pratica. Per seguire programmi simili occorrono risorse immense e una vita interamente organizzata attorno a questo obiettivo.
Non è qualcosa che possa appartenere all’uomo comune. È un lusso, e forse perfino una nuova forma di distinzione sociale.
La storia recente di Johnson lo dimostra bene. Negli anni scorsi aveva attirato enorme attenzione anche per pratiche estreme come le trasfusioni di plasma, effettuate con il coinvolgimento del figlio e del padre, nel tentativo di ottenere benefici biologici e ringiovanenti.
Una scelta che aveva riacceso il dibattito su una tendenza già osservata da tempo negli Stati Uniti, tanto che le autorità sanitarie avevano dovuto chiarire pubblicamente l’assenza di prove scientifiche solide a sostegno di simili pratiche.
Lo stesso Johnson, a un certo punto, ha ammesso di aver interrotto alcuni di questi esperimenti per mancanza di risultati significativi. E tuttavia il messaggio mediatico resta: spingersi sempre oltre, testare tutto, trasformare la propria vita in laboratorio.
Ma la questione non è soltanto medica. È filosofica, culturale, quasi religiosa. Nel mondo antico e nel folklore, l’immortalità corporea non era affatto considerata una benedizione.
Spesso era una maledizione, una forma di condanna. Figure come il vampiro, l’ebreo errante, il dannato costretto a vivere senza fine, raccontano una verità antropologica profonda: vivere in eterno sulla terra, nel corpo, non coincide necessariamente con la salvezza.
Può anzi trasformarsi in una condizione mostruosa, in una prigione.
Oggi, al contrario, il paradigma si è rovesciato. L’immortalità non è più pensata in termini spirituali o trascendenti, ma in termini materialistici, tecnici, computazionali.
Da qui nascono anche le teorie sull’“immortalità digitale”: il trasferimento della mente, il caricamento dei ricordi, la creazione di avatar o cloni che possano proseguire la nostra esistenza sotto altra forma.
È un immaginario che affascina molti miliardari del settore tecnologico, convinti che l’intelligenza artificiale, la neuroingegneria e l’integrazione uomo-macchina possano prima o poi aggirare la morte.
Eppure qui si apre un nodo fondamentale. Che cos’è davvero una persona? Se si trasferiscono memorie, dati, tracce cognitive in un avatar o in un clone, sopravvive davvero l’individuo?
Oppure resta soltanto una copia, una simulazione, una prosecuzione informativa che non coincide affatto con il soggetto originario?
È il grande equivoco dell’immortalismo digitale: confondere la persistenza della memoria con la sopravvivenza dell’io.
Da questo punto di vista, perfino il progetto di Johnson, pur con tutte le sue eccentricità, appare più coerente di certe fantasie transumaniste: almeno lì il corpo resta il proprio corpo, la persona resta se stessa, sia pure sottoposta a una disciplina invasiva e totalizzante.
Ma anche in questo caso restano intatti tutti i dubbi di fondo. Perché l’ossessione per il controllo assoluto del corpo rischia di produrre il contrario di ciò che promette: non libertà, ma schiavitù; non serenità, ma ansia; non giovinezza, ma artificio.
Brian Johnson, in fondo, è il sintomo perfetto di un’epoca che ha smarrito il rapporto equilibrato con il limite.
Vuole abolire il tempo, ma finisce per esserne dominato minuto per minuto. Vuole sembrare più giovane, ma a tratti appare meno umano.
Vuole promettere il futuro, ma racconta soprattutto la paura contemporanea della fine.
Ed è forse proprio qui il punto più interessante. Dietro la retorica del biohacking, delle startup della longevità, dei protocolli milionari e delle promesse quasi messianiche, si nasconde la più antica delle paure: quella di non accettare che la vita abbia un termine.
Brian Johnson non è solo un eccentrico miliardario. È lo specchio di una civiltà che, invece di interrogarsi sul senso del vivere, sembra sempre più concentrata sull’illusione di non dover morire mai.
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