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La rubrica L’Altra Domenica è a cura dello scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti e Beatrice Silenzi, direttore responsabile di Fabbrica della Comunicazione.
TRUMP COME GESÙ E LA COMUNICAZIONE ESTREMA
Dunque si torna a parlare di Donald Trump. Ancora una volta, il suo nome si intreccia con dinamiche comunicative estreme, ma questa volta con un elemento inedito: il coinvolgimento diretto del pontefice, Papa Francesco.
L’episodio ha assunto rapidamente contorni simbolici e politici. Trump, dopo alcune dichiarazioni contro il Papa, ha rincarato la dose rifiutando pubblicamente di chiedere scusa.
Non solo: nei giorni successivi ha rilanciato, sostenendo che fosse necessario “informare il Papa” su presunti crimini attribuiti all’Iran. Un’escalation comunicativa che si inserisce perfettamente nel suo stile: polarizzante, aggressivo, martellante.
Questo tipo di approccio non è nuovo. Trump ha costruito gran parte del proprio consenso su una comunicazione diretta, spesso brutale, che riduce la complessità a uno scontro binario: amici contro nemici.
Tuttavia, ciò che emerge oggi è un progressivo slittamento dalla strategia alla saturazione.
La ripetizione continua dello schema – attacco, escalation, rilancio – sembra mostrare segni di logoramento, soprattutto quando la forma finisce per sovrastare la sostanza.
Un esempio emblematico è rappresentato dalla diffusione di contenuti visivi fortemente controversi, come immagini che lo ritraggono in chiave messianica.
Meme e vignette lo hanno raffigurato come una figura quasi salvifica, una sorta di Cristo contemporaneo. Sebbene tali contenuti non siano sempre direttamente prodotti da lui, la loro ricondivisione contribuisce a rafforzare una narrazione personalistica e iperbolica del potere.
Qui entra in gioco un elemento cruciale: la costruzione dell’immagine. È difficile immaginare che tutto questo sia frutto esclusivo dell’improvvisazione.
È più plausibile che dietro vi sia una macchina comunicativa strutturata, fatta di consulenti e strateghi. Tuttavia, questa stessa macchina sembra operare in un clima di forte pressione.
La tendenza a circondarsi di “yes men”, figure incapaci o non disposte a contraddire il leader, rischia di trasformarsi in un limite strutturale.
Quando manca il contraddittorio interno, la comunicazione perde equilibrio. E infatti, negli ultimi mesi, si è assistito a una crescente radicalizzazione dei toni, accompagnata da scelte politiche controverse.
Tra queste, il presunto insabbiamento del caso Jeffrey Epstein e le tensioni internazionali legate all’Iran, che sembrano entrare in contraddizione con precedenti promesse elettorali orientate al disimpegno militare.
Questo scollamento tra promessa e azione ha avuto conseguenze evidenti. La base elettorale, in particolare quella legata al movimento MAGA, mostra segnali di frattura.
Alcuni influencer e figure di riferimento, un tempo sostenitori convinti, hanno preso le distanze, criticando apertamente la linea politica e comunicativa dell’ex presidente.
Il problema, dunque, non è solo comunicativo ma sistemico. La strategia dell’“uomo forte”, che funziona efficacemente in fase di opposizione, tende a perdere efficacia quando si traduce in azione di governo.
La narrativa dell’accerchiamento, la costruzione di nemici esterni e interni, la promessa di vittorie continue: tutti elementi che richiedono una costante conferma nella realtà. Quando questa conferma viene meno, il rischio è quello di una perdita di credibilità.
Le conseguenze si riflettono anche nei sondaggi. Il calo di consenso appare progressivo e difficilmente arrestabile nel breve periodo.
In vista delle elezioni di midterm, il quadro si complica ulteriormente. Trump si trova davanti a una sfida complessa: reinventare la propria narrazione senza tradire la propria identità politica.
A rendere il contesto ancora più delicato è il rapporto con il mondo cattolico. Le dichiarazioni del vicepresidente JD Vance, anch’egli cattolico, hanno contribuito ad alimentare le polemiche, suggerendo una separazione tra morale e politica difficilmente sostenibile.
In un paese dove la componente cattolica ha un peso significativo, questo tipo di frattura può avere ripercussioni elettorali rilevanti.
Parallelamente, sullo sfondo, si muovono dinamiche globali meno visibili ma altrettanto significative. L’ultimo incontro del Gruppo Bilderberg si è svolto in un clima insolitamente dimesso.
Poca copertura mediatica, scarsa attenzione pubblica. Un segnale che potrebbe indicare uno spostamento dei centri decisionali verso altri contesti, più discreti e meno esposti.
I temi affrontati restano comunque centrali: intelligenza artificiale, geopolitica, economia globale. Tuttavia, ciò che colpisce è la crescente normalizzazione di questi incontri.
Riunioni a porte chiuse tra élite globali non suscitano più indignazione, ma rassegnazione. È un cambiamento culturale profondo, che riflette una progressiva desensibilizzazione dell’opinione pubblica.
Questo fenomeno può essere letto attraverso il prisma della cosiddetta “finestra di Overton”: ciò che un tempo era impensabile diventa prima accettabile, poi normale. La saturazione informativa gioca un ruolo chiave.
Quando scandali, crisi e decisioni opache si susseguono senza soluzione di continuità, l’effetto è quello di una perdita di reattività collettiva.
In questo contesto, anche scenari come quello di un possibile “lockdown energetico” o di crisi sistemiche vengono percepiti come inevitabili, quasi naturali.
La politica, anziché guidare il cambiamento, sembra rincorrerlo, mentre la comunicazione si trasforma in uno strumento di gestione dell’emergenza permanente.
In conclusione, la vicenda che coinvolge Trump e il Papa non è un episodio isolato, ma il sintomo di una trasformazione più ampia.
La comunicazione politica contemporanea si muove sempre più sul filo dell’eccesso, rischiando di perdere il contatto con la realtà. E quando questo accade, le conseguenze non sono solo elettorali, ma culturali e sociali.
La domanda, a questo punto, resta aperta: fino a che punto è sostenibile una politica fondata sulla spettacolarizzazione permanente? E soprattutto, quale sarà il prezzo di questa deriva nel lungo periodo?
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