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Su Fabbrica della Comunicazione, la rubrica Approfondimento Stoico è a cura dello scrittore ed antifilosofo Michele Putrino e Beatrice Silenzi, direttore responsabile.
ZANARDI LA VOLONTÀ DI CHI NON HA SMESSO DI LOTTARE
La scomparsa di Alex Zanardi, avvenuta il primo maggio, lascia un vuoto che va ben oltre il mondo dello sport.
Non si tratta soltanto della perdita di un campione, ma della fine terrena di una figura che ha incarnato, con rara coerenza, una filosofia di vita capace di trasformare il dolore in direzione, il limite in possibilità, la tragedia in testimonianza.
Zanardi è stato, prima di tutto, un atleta totale. Dalle piste della Formula Cart fino alla consacrazione paralimpica, il suo percorso è sempre stato segnato da una tensione agonistica estrema, quella che separa il dilettantismo dal professionismo autentico: disciplina, concentrazione, resistenza.
Ma è nel momento della frattura – il terribile incidente del 2001, che gli costò entrambe le gambe – che la sua figura smette di essere soltanto sportiva per diventare paradigmatica.
Qui si apre una questione che va chiarita con precisione terminologica: ciò che Zanardi ha rappresentato è davvero “resilienza”?
Oppure siamo di fronte a qualcosa di più profondo, che ha a che fare con la resistenza attiva, con la volontà, con una forma di stoicismo applicato?
Nel linguaggio contemporaneo, il termine “resilienza” è stato spesso banalizzato. Nato in ambito ingegneristico per indicare la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi, è stato successivamente traslato in psicologia per descrivere la capacità di un individuo di affrontare e superare traumi.
Tuttavia, nel caso di Zanardi, limitarsi a questa definizione risulta riduttivo.
Zanardi non si è limitato ad “assorbire il colpo”. Non ha semplicemente resistito.
Ha agito.
Dopo l’incidente, in condizioni cliniche disperate – con una perdita ematica tale da rendere improbabile la sopravvivenza – Zanardi compie un gesto che è già, di per sé, rivelatore: sceglie il linguaggio dell’ironia.
“Non dovrò più preoccuparmi dei piedi freddi”, dirà. Non è una battuta. È un posizionamento esistenziale. È il rifiuto di essere definito dalla mancanza.
Questo passaggio è decisivo. La filosofia stoica, da Epitteto a Marco Aurelio, insegna che non possiamo controllare gli eventi, ma possiamo controllare il modo in cui li interpretiamo e reagiamo ad essi. Zanardi incarna esattamente questo principio: riconoscere la realtà, senza negarla, ma senza esserne schiacciati.
Non si tratta di rassegnazione. Al contrario.
La sua è una forma di “resistenza dinamica”: non restare in piedi sotto la tempesta, ma continuare a camminare mentre infuria. È questo il punto di frizione tra resilienza passiva e volontà attiva. Zanardi non si limita a sopravvivere: torna a competere, si reinventa atleta paralimpico, conquista medaglie, diventa simbolo.
E qui entra in gioco un altro elemento centrale: il senso.
Molti hanno letto la sua storia come un esempio di altruismo, di dedizione agli altri. In realtà, la questione è più complessa. Zanardi trova una nuova direzione esistenziale nel momento in cui riesce a ricollegare la propria identità a una funzione: essere utile, essere testimonianza, dimostrare che il limite non coincide con la fine.
Non è negazione dell’ego, ma sua riformulazione intelligente.
In un contesto culturale che spesso demonizza il concetto di egoismo, Zanardi mostra invece come l’affermazione di sé possa coincidere con un beneficio collettivo. La sua forza di volontà non nasce da un generico spirito di sacrificio, ma da una precisa necessità interiore: continuare a esistere in modo pieno, significativo, attivo.
È qui che il suo esempio si fa universale.
Perché la domanda implicita che la sua vicenda pone non riguarda solo le grandi tragedie, ma anche le difficoltà quotidiane. Cosa facciamo quando qualcosa si rompe? Quando perdiamo un riferimento, una sicurezza, una parte di noi – simbolica o reale?
Zanardi suggerisce una risposta che non è consolatoria, ma operativa: partire da ciò che resta.
Non ignorare la perdita, ma non costruire su di essa la propria identità. Spostare il baricentro. Riorganizzare il senso. Agire.
Zanardi non racconta il dolore: lo attraversa e lo trasforma in azione.
La sua vita, in definitiva, non è solo una storia di resistenza o resilienza. È una dimostrazione concreta di forza di volontà orientata, di disciplina interiore, di coerenza tra pensiero e azione.
E forse è proprio questo il lascito più importante: ricordarci che non sempre possiamo scegliere ciò che accade, ma possiamo – sempre – scegliere come stare dentro ciò che accade.
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